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Martedì, 12 dicembre 2017 - Aggiornato alle 6.00

Lettere

La trasmissione periodica dei dati IVA, quale ruolo per i commercialisti?

Mercoledì, 9 novembre 2016

Caro Direttore,
ho letto con interesse l’editoriale di Giancarlo Allione “Non del tutto assolutamente sopportabile”, pubblicato su Eutekne.info il 5 novembre 2016, in cui l’autore con pacato sarcasmo ha evidenziato le non poche distonie tra i problemi veri che da sempre riguardano l’evasione fiscale – e la conseguente difficoltà di riscossione delle imposte da parte degli enti preposti – e le diverse soluzioni via via adottate per contrastarle.
Una posizione non arroccata su presunte difficoltà tecniche, ma che si pone di fronte al vero problema: quello dei costi amministrativi connessi a tutti i nuovi adempimenti che continuamente le pubbliche amministrazioni ci obbligano a sostenere. Non possiamo che condividere i punti che seguono.

Il primo è quello della scelta delle soluzioni di contrasto all’evasione fiscale da adottare: ci si augura che chi ha pensato all’invio telematico periodico dei dati IVA per arginare il fenomeno dell’evasione sia ben sicuro che serva davvero, ma soprattutto li usi e sappia come usarli.

Il secondo è quello dei costi: probabilmente è oramai consolidata l’idea (in chi stabilisce gli obblighi) che, poiché i sistemi informativi delle imprese e dei loro commercialisti già dispongono dei dati da inviare, allora l’adempimento non costa nulla e quindi lo si può imporre senza grandi preoccupazioni. E chi obietta è solo perché ha il DNA dell’evasore e vuole continuare ad evadere, o perlomeno vuole rimanere nell’ombra e non essere troppo visibile al Fisco.
Avendo una lunga esperienza in questo mercato, in un perimetro in cui posso argomentare con cognizione di causa, posso dire che ordinare, memorizzare, conservare, esportare dei dati e controllarli è un’attività molto più complessa di quello che potrebbe sembrare e sicuramente costosa.
I costi amministrativi per l’invio periodico dei dati IVA o delle fatture non sono da meno: tra questi i costi del software, dell’hardware, dei backup, della connettività, del personale che esegue le attività di controllo e di invio, i potenziali rischi connessi a errori sempre possibili e sanzionati con estremo rigore che comportano la necessità di test, revisioni e costi assicurativi importanti.

C’è però un terzo punto che da anni ritengo indispensabile: lo Stato deve sostenere il lavoro dei professionisti, oramai divenuti loro malgrado il braccio operativo della P.A., con aiuti sia di tipo economico diretto – ad esempio ripristinando e adeguando in modo concreto il contributo per ogni spedizione telematica obbligatoria – che indiretto, gratificandone in modo importante il ruolo, in modo che siano proprio loro a guidare il processo di rinnovamento del sistema Paese, con una vigorosa spinta all’utilizzo di strumenti realmente efficaci, quali la fatturazione elettronica.
Poi non capisco perché se un commerciante adegua il registratore di cassa ha diritto a un contributo dello Stato, se un commercialista o un’impresa deve adeguare il software no. I professionisti sono difatti gli unici soggetti davvero in grado di convincere le aziende clienti alla scelta della digitalizzazione, accompagnandole – laddove necessario – nelle scelte strategiche più convenienti.

Se lo Stato non trova il modo di portare dalla propria parte i professionisti, convincendoli che l’adozione dei nuovi processi evolutivi legati alla digitalizzazione è davvero conveniente, questi non potranno che fallire.


Bonfiglio Mariotti
Presidente Assosoftware

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