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Martedì, 21 novembre 2017 - Aggiornato alle 6.00

Lettere

Non studiamo e ci aggiorniamo solo per riempire le caselle dei dichiarativi

Giovedì, 20 aprile 2017

Caro Direttore,
di buon’ora, come sempre accade, seduto alla mia scrivania, mi trovo a leggere quotidiani, newsletter, articoli, carta.
Mi imbatto in una serie di “botta e risposta” pubblicati su Eutekne.info, tra il Collega di Vicenza (si veda “Per le liquidazioni IVA sarebbe più utile una laurea in ingegneria elettronica”), il Presidente di Assosoftware (si veda “Commercialisti poco propensi al cambiamento”) e il mio Presidente del CN, Massimo Miani (si veda “Non ci piace il cambiamento che porta solo costi e adempimenti”).

Un pensiero mi assale. Un dubbio vorrei fosse fugato.
Nessuno, forse, tra i circa 113.000 commercialisti italiani, è desideroso di utilizzare software vari e disparati per rispettare le innumerevoli scadenze imposte a noi e alle imprese.
Sarò forse banale o scontato, ma mi sia consentito: non abbiamo studiato, non continuiamo a studiare, non siamo costantemente formati e aggiornati per riempire le caselle dei “dichiarativi” sottostando alle esigenze dell’Agenzia, prima, e delle software house, poi.

Che sia chiaro: faremmo volentieri a meno dei vari e numerosi programmi che circolano nei nostri studi. Faremmo volentieri a meno dei continui aggiornamenti che ci impongono conoscenze informatiche oltremodo ingegneristiche.
Siamo ormai abituati a “ragionare” così come opera il software che utilizziamo. Le nostre menti si sono “geneticamente adattate” al sistema di elaborazione dei dati che emerge dal software utilizzato.
Per quale motivo l’interpretazione di una norma deve necessariamente attraversare le logiche di pensiero e le metodologie insite nel software utilizzato? A mio modo di vedere dovrebbe essere il contrario, ma, forse, sbaglio.
Forse non tutti sanno che i commercialisti italiani sono “anche” coloro che prestano la loro opera quali ausiliari dei magistrati, quali esperti in gestione dei beni e aziende sequestrate alla criminalità organizzata, quali gestori della crisi da sovraindebitamento. E altro.

Consentitemi lo sfogo, che sia sonoro il mio “ce ne faremo una ragione” all’adempimento ulteriore, ai nuovi software da acquistare o alle difficoltà elefantiache di utilizzo dei medesimi.
Come abbiamo fatto sinora, faremo. Da tempo immemore.
Ma che nessuno si azzardi mai a considerare il commercialista come un lamentoso e piangente professionista poco propenso al cambiamento!
Adegueremo per l’ennesima volta i nostri studi e vorrà dire che, qualora l’evoluzione telematico-informatica dovesse dimostrarsi così stringente, rivoluzionaria e difficoltosa, potrà anche verificarsi l’ipotesi (remota, per carità, ma esistente) di una straordinaria e radicale riorganizzazione destinando “altrove” il personale, i collaboratori, i tirocinanti, i colleghi, l’indotto che orbita nell’universo a noi vicino.
Potremmo sempre pensare di dirottare il personale di studio verso le software house, per il tramite del paventato accordo collaborativo.
D’altronde, rifletto, è così preparato ed esperto all’utilizzo dei vari software che costituirebbe certamente una risorsa da non sottovalutare.

Detto, fatto e dimostrato: questa è la NOSTRA propensione al cambiamento.
Affinché il termine “liberi professionisti” assuma il concetto che di diritto, ed etimologicamente, gli spetta.
Liberi di scegliere. Liberi di fare. Nel rispetto delle norme imposte. Ma liberi.
Liberi di decidere se lavorare sui tasti dei nostri aggiornatissimi computer, senza alcun riconoscimento economico, o meno.
Consapevoli di disporre di quella forza necessaria derivante da anni di studi, di costante aggiornamento e formazione.
A dispetto, invece, di altre “attività non ordinistiche” che fanno del software utilizzato il loro “unico” cavallo di battaglia.


Gianluca Tartaro
Presidente ODCEC Tivoli

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