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Venerdì, 23 febbraio 2018 - Aggiornato alle 6.00

Editoriale

Passa lo straniero, eccome se passa

/ Giancarlo ALLIONE

Martedì, 13 febbraio 2018

Cash cows. Vale a dire vacche da mungere. È la simpatica ed evocativa locuzione con cui nel mondo della finanza internazionale sono affettuosamente chiamate le aziende da acquistare, spremere a dovere e magari rivendere al mungitore successivo realizzando una adeguata plusvalenza, possibilmente esentasse.

È difficile fare una diagnosi completa, ma indubbiamente un’ampia serie di ragioni hanno condannato, salvo rare eccezioni, le imprese italiane al nanismo rendendole facile preda dei rider internazionali.
Un clima strutturalmente ostile alle imprese (chi fa fortuna ha senz’altro in qualche modo rubato); una legislazione del lavoro che concorre a tenere bassa la produttività rendendo spesso difficile oltre misura la gestione del processo produttivo; un livello di tassazione fra i più alti del mondo che ha sistematicamente spinto chi poteva ad andarsene e dissuaso soggetti esteri dal venire a effettuare reali investimenti produttivi; uno Stato che si fa vedere quasi sempre solo per punire (preferibilmente soggetti non pericolosi), raramente per controllare, quasi mai per aiutare o difendere; una classe imprenditoriale non sempre all’altezza.
Questi sono solo alcuni dei motivi che hanno progressivamente concorso a trasformare il tessuto delle aziende italiane in un territorio di caccia.

Ogni anno, mestamente molte imprese si ammassano bramose di attraversare il fiume, come le anime sulla barchetta di Caronte. Intanto cittadinanza e politica assistono silenti, quando non giubilanti, alla progressiva presa di controllo da parte di soggetti stranieri delle nostre aziende in tutti i settori produttivi (Parmalat, Ilva, Telecom, Unicredit), soggetti che alle volte intervengono come salvatori della patria (vedi il caso Alitalia), altre volte come i soli capaci di garantire un respiro internazionale (vedi il recentissimo caso di Italo), altre volte semplicemente perché l’Italia è, per ora, un magnifico mercato dove vendere telefonini e consegnare pacchi.
Non è solo una questione di patetico mero sciovinismo, ma un tema di difesa degli interessi nazionali.

Non è la stessa cosa se le imprese sono in mano a imprenditori che in qualche remoto modo hanno un po’ a cuore le sorti del territorio in cui sono vissuti, e dove hanno fatto fortuna, rispetto a manager che rispondono esclusivamente a logiche di budget decisi chi sa dove. È emblematico in questo senso il caso Whirlpool, che sta chiudendo tutti gli stabilimenti italiani, per trasferire la produzione altrove.
Non sono cattivi, semplicemente fanno il loro interesse e fra i loro interessi l’occupazione in Italia non c’è di sicuro. Se visitate il sito Whirlpool però, l’interesse per le vendite in Italia rimane intatto.

Quando le imprese passano di mano il management apicale sarà ovviamente espressione della nuova proprietà e le funzioni generali saranno trasferite presso la casa madre. Questo determina ovviamente la perdita di posti di lavoro “di pregio”, per soppressione o perché vengono a essere occupati da soggetti stranieri, e la perdita di posti di lavoro meno qualificati per delocalizzazione (call center in Albania e impaginazione delle riviste in India).

E la cosa non è priva di effetti anche per i consulenti. Quasi sempre l’acquirente affida poi gli incarichi a mega studi a loro volta espressione di network internazionali. Molte volte abbiamo assistito alla trasformazione in srl e conseguente passaggio al sindaco unico.

Da questo punto di vista non fa eccezione l’editoria professionale. E lo è in modo se vogliamo paradossale. Una delle critiche principali mosse all’Italia nei consessi internazionali è proprio la farraginosità del sistema fiscale e l’ipertrofia normativa. Aspetti deplorevoli certo, ma che hanno determinato anche un fiorente mercato per coloro che forniscono indispensabili strumenti di ausilio ai consulenti impegnati a supportare imprese e cittadini nell’impari sforzo di fronteggiare gli adempimenti fiscali e societari.
Ecco quindi che da molti anni i marchi Ipsoa, Cedam, Utet sono di proprietà di Wolters Kluwer, multinazionale olandese. Allo stesso modo Euroconference appartiene al gruppo Team System di proprietà del fondo americano Hellman & Friedman. Da ultimo anche Giuffrè è stata ceduta alla società francese Francis-Lefebvre, che già editava il Memento. Almeno per il mondo fiscale possiamo dire che tutti gli editori di rilievo sono, quasi, tutti stranieri.

Questo è il suicidio del tessuto produttivo italiano. Vi è poi il suicidio demografico che è stato nei giorni scorsi documentato dall’ISTAT. Il 2017 rappresenta il nono anno consecutivo in cui il numero delle nascite è stato inferiore a quello dell’anno precedente. Infine il suicidio della spesa pubblica, che è stato certificato dall’INPS: oltre 700.000 persone prendono la pensione da più di 37 anni, una “vita passata in pensione”.
Ora che fare? Difficile dirlo, ma forse a tutti i livelli, per quel che è possibile in un’economia globale, sostenere un po’ chi si ostina “a non vendere”, a lavorare e dare lavoro in Italia potrebbe essere una piccola goccia.
Così, tanto per non rassegnarsi a un futuro fatto solo di prepensionati, camerieri che servono la Coca Cola agli americani in visita a piazza San Marco e giovanotti che riempiono e consegnano scatole a 800 euro al mese.

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