La lista unica nasce dalla mancanza di alternative
Gentile Direttore,
penso che la lista unica non sia, di per sé, una garanzia di processo democratico. Può esserlo solo se nasce da una partecipazione ampia, consapevole e motivata. Quando invece è il risultato della difficoltà – o dell’impossibilità – di trovare colleghi disposti a candidarsi, allora diventa un segnale di allontanamento, non di coesione.
Io (ma non mi risulta essere l’unica) ho faticato a trovare quindici colleghi disponibili ad impegnarsi. Non per mancanza di competenze o di idee, ma per una rinuncia diffusa, accompagnata da una domanda ricorrente: “Ma chi te lo fa fare?”
Questa non è indifferenza episodica, è disaffezione strutturale. È rinuncia!
Sostenere che la lista unica sia automaticamente espressione di maturità democratica significa ignorare il contesto in cui nasce. Significa anche continuare a raccontare una professione che “va tutto bene” negando la realtà. Una narrazione rassicurante, ma sempre più distante dalla realtà quotidiana di molti iscritti.
La lista unica non nasce da scelte condivise, ma dalla mancanza di alternative. E l’assenza di alternative non è democrazia, è disaffezione. Quando le istituzioni non vengono percepite come luoghi in cui vale la pena impegnarsi, il risultato non è il consenso, ma il silenzio. E il silenzio diffuso non è rassicurante.
Difendere lo status quo in nome di una presunta stabilità rischia solo di cristallizzare il distacco, rimandando una riflessione che invece sarebbe urgente: perché sempre meno colleghi sentono l’Ordine come qualcosa che li rappresenta davvero?
La domanda, allora, non è se la lista unica sia formalmente legittima.
La domanda è se possiamo permetterci di considerarla sufficiente, senza interrogarci sulle ragioni profonde di questa progressiva rinuncia all’impegno.
E soprattutto: vogliamo davvero continuare ad andare avanti così?
Alessandra Granaroli
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Perugia
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