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Sabato, 27 novembre 2021 - Aggiornato alle 6.00

OPINIONI

Novità in materia di antiriciclaggio vessatorie per la categoria

L’art. 36 della manovra, che vieta le prestazioni professionali in cui sia parte una società con sede in un Paese «black list», spinge fuori dalla legalità

/ Marco PEZZETTA

Mercoledì, 4 agosto 2010

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Le novità introdotte in materia di antiriciclaggio dall’art. 36 della manovra correttiva appena approvata (DL 78/2010 convertito con modificazioni nella L. 122/2010) determinano una incresciosa accelerazione di una disciplina che, soprattutto per liberi professionisti privi di esclusive significative, come i dottori commercialisti e gli esperti contabili, era già prima vessatoria.

Tali novità impongono infatti di astenersi dall’instaurare o continuare qualsiasi prestazione professionale nella quale sia parte – anche indiretta – una società fiduciaria, un trust o una società, anonima oppure controllata tramite azioni al portatore, avente sede in uno dei Paesi di cui alla prossima, emananda, “black list”.
Pare che quest’ultima comprenderà anche Paesi (Svizzera, Liechtenstein e San Marino), con i quali i professionisti italiani intrattengono intensi rapporti professionali, che sovente riguardano società fiduciarie, trust e società anonime e che spesso sono pienamente legittimi, sotto ogni profilo.

Mi verrebbe da dire che finalmente si è adottato un provvedimento di semplificazione: questa norma effettivamente ci solleva dal formalizzare l’incarico, compilare alcuni formulari, raccogliere documenti di identità e gestire un archivio informatico.
In realtà c’è poco da scherzare: è un provvedimento che spinge fuori dal sistema della legalità, anziché invogliare gli attori a rimanervi.
Davvero c’è chi pensa che a seguito di questa disposizione cesseranno di esistere le fiduciarie e i trust che nascondono patrimoni frutto di attività illecite?
Comprenderei che una disposizione di questo tipo si accompagnasse a una esclusiva: se i servizi di consulenza in materia contabile, tributaria e societaria potessero essere resi, in Italia, solo da professionisti iscritti in un albo, probabilmente avrebbe senso vietare a questi “privilegiati” di contrarre rapporti con chi non garantisce standard di trasparenza in linea con le disposizioni GAFI.

Così non è e temo che così non sarà.
Forse i colleghi danneggiati da questa disposizione non saranno moltissimi, ma una ingiustizia è tale anche quando colpisce uno soltanto e mi sembra appunto ingiusto che venga chiesto un sacrificio simile a chi esercita liberamente, senza esclusive e con flessibilità tariffaria pressoché assoluta.

La disposizione che ho menzionato, però, è preoccupante anche sotto il profilo sistemico.
Vista “dall’alto” essa è, in primo luogo, è una dichiarazione di impotenza dello Stato.
Si dirà che non è la prima, ma ciò non mi consola.

Il divieto è posto a carico di operatori professionali disciplinati

Nella impossibilità (per carenza di risorse, finanziarie e organizzative) di esercitare il controllo e perseguire le sole fattispecie criminose, si introduce un divieto ad operare, paradossalmente posto a carico non dei criminali (o presunti tali) ma di operatori professionali disciplinati e (già) vigilati.
Si può dire che di fronte al dilemma di che fare del bambino e dell’acqua che ha nel bicchiere, la scelta è quella di buttare entrambi prima ancora di sapere se l’acqua è sporca o meno.
In secondo luogo, il divieto è un grave segnale di abbandono dei principi a fondamento della democrazia: fino a che punto dobbiamo rinunciare ad essi, primo fra tutti alla libertà (di insediamento economico, di esercizio della professione...) per perseguire obiettivi quali la legalità (presunta), la sicurezza e – da ultimo – il gettito erariale?

Questi obiettivi sono sicuramente importanti, ma devono essere perseguiti nell’ambito di una cornice di regole in cui i cittadini non sono sudditi e la presunzione è di innocenza e non di colpevolezza.
Se la nostra professione è posta a presidio del pubblico interesse, allora deve porsi contro a norme di questo tipo.
Lasciarle passare significherebbe abdicare ad alcuni fondamentali presupposti della democrazia e della stessa esistenza delle libere professioni
Quando incontro i neo iscritti all’Ordine dico loro che si apprestano a svolgere un lavoro per il quale (tranne rarissime eccezioni) non serve essere iscritti all’Albo.
Se scelgono di iscriversi è perché desiderano che questo lavoro si trasformi in una professione intellettuale, il che significa tutelare non solo il proprio committente – una impresa, un cittadino o anche, perché no, un pubblico ministero – ma anche il pubblico interesse.

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