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EDITORIALE

Al Congresso di Napoli con Umberto Ambrosoli, per un Paese migliore

/ Enrico ZANETTI

Lunedì, 13 settembre 2010

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Ripescata dai meandri del tempo e mandata l’altro giorno in onda su RaiDue da Gianni Minoli, ha suscitato grande indignazione la risposta che diede Giulio Andreotti, oggi senatore a vita della Repubblica italiana, alla domanda di un giornalista che gli chiedeva, secondo lui, “perché è stato assassinato Giorgio Ambrosoli?”.
Considerata la platea dei lettori di Eutekne.info, do per scontato che non serva anteporre alla risposta un’altra domanda (chi era Giorgio Ambrosoli) e, quindi, che tutti conoscano, almeno per sommi capi, la tragica vicenda che portò al brutale omicidio nel 1979 di un libero professionista coraggioso, colpevole soltanto di portare avanti con dedizione totale, sin dall’affidamento dell’incarico nel 1974, la liquidazione giudiziale dell’impero finanziario del bancarottiere Michele Sindona (che, poco prima del tracollo, fu inopinatamente definito dallo stesso Andreotti come “il salvatore della lira” ad una cena di italo-americani).
Cosa rispose a quella domanda il più volte primo ministro e attuale senatore a vita Giulio Andreotti? Rispose che Giorgio Ambrosoli se l’era cercata.

Oggi che viene (troppo tardivamente) messo all’indice per la sua protervia ed il suo scioccante cinismo, Giulio Andreotti prova a sostenere che intendeva riferirsi alla evidente delicatezza e pericolosità dell’incarico che Ambrosoli svolgeva con assidua tenacia: una spudoratezza che lascia senza fiato.
Fatte le debite proporzioni, l’approccio di Andreotti fa venire in mente quello che un altro grande nome di quella Italia (di questa Italia) che si ritrovò, suo malgrado, coinvolto nella vicenda: Enrico Cuccia, il “grande vecchio” di Mediobanca e della finanza italiana. Durante il processo a Michele Sindona per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, emerse che Sindona aveva pesantemente minacciato anche Enrico Cuccia (affinché non intralciasse le ipotesi di salvataggio della sua banca con massici interventi pubblici, comunque naufragate per l’opposizione di Ambrosoli), avvertendolo che, diversamente, avrebbe anche potuto farlo ammazzare, così come aveva del resto già deciso di fare quanto prima con Giorgio Ambrosoli. Al magistrato che gli chiese durante il processo perché non denunciò e nemmeno confidò ad alcuno gli espliciti ed inequivoci propositi di Sindona su Ambrosoli, Cuccia rispose che, tanto, Ambrosoli era già a conoscenza del pericolo, poiché era noto a tutti che riceveva telefonate anonime con minacce di morte.
Capito?

Il dramma che da troppi anni divora questo Paese non è la morte degli Ambrosoli: quelli sono drammi per le loro famiglie; per il Paese, pur nello straziante dolore che recano, sono invece veri e propri momenti di catarsi collettiva rispetto a chi vorrebbe soffocarci tutti sotto strati e strati di “chi se ne importa” e “così fan tutti”.
Semmai, il dramma che da troppi anni divora questo Paese è che, mentre persone degne come Giorgio Ambrosoli escono prematuramente di scena, persone assai meno degne continuano a calcarla tra onori e riconoscimenti pubblici.
Un dramma reso possibile anche da un certo modo di fare giornalismo in Italia, con una innata propensione per l’attacco spensierato a chi non è troppo potente e a chi ormai troppo potente non lo è più, contro una ponderazione invece massima delle parole nei confronti di chi è il potente del momento.
Se Giorgio Ambrosoli avesse assecondato i piani di salvataggio di Sindona con i soldi della collettività, avrebbe potuto insediarsi lui come presidente della banca risanata (come del resto gli emissari di Sindona gli avevano promesso) e, per dirla come Andreotti, non soltanto “non se la sarebbe cercata”, ma avrebbe anzi potuto divenire lui il “grande vecchio” della finanza italiana, da tutti ossequiato fino all’ultimo dei suoi giorni.

In tutto questo, non posso che rallegrarmi del fatto che la nostra categoria abbia dato ancora una volta prova di lungimiranza, rispetto a quelli che sono i temi che attraversano il dibattito del Paese, invitando già da tempo al prossimo Congresso nazionale di Napoli Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, per parlare della centralità dell’etica nei comportamenti pubblici e privati.
Chi come il sottoscritto ha già avuto occasione di sentirlo parlare, sa perfettamente che si tratta di occasioni sempre preziose e di grande arricchimento.
In questo frangente in cui di etica talvolta si straparla, sentirne semplicemente parlare, con piena cognizione di causa e indiscutibile legittimazione morale, eleva l’opportunità della presenza di ciascuno di noi a Napoli, il prossimo 21, 22 e 23 ottobre, da un semplice atto di partecipazione categoriale a un momento di crescita anche individuale e di testimonianza verso ciò che rappresenta il nostro modello e verso ciò che vorremmo ci rappresentasse a nostra volta come uomini e cittadini.
Per un Paese migliore, direbbe chi ha scelto il titolo del congresso.

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