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Domenica, 4 dicembre 2022

EDITORIALE

Borsa e crescita, il segreto è nelle medie imprese

/ Enrico CISNETTO

Mercoledì, 30 maggio 2012

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Il mercato azionario italiano non brilla. Anzi, in attesa di un cambio di marcia, resta in fondo alla classifica europea e negli ultimi mesi è addirittura peggiorato. Dal 1° luglio 2011 l’indice EuroStoxx dei 50 titoli europei a maggiore capitalizzazione ha registrato una flessione del 21,8%, ma l’italiano FtseMib ha fatto ancora peggio, riducendosi del 32,2%. Per non parlare poi dei titoli del settore bancario, che hanno dimezzato il proprio valore. Ma non solo: nel 2011 il numero di società quotate sul Mercato telematico azionario (Mta) è sceso da 272 a 263, mentre la capitalizzazione si è ridotta sia in valore assoluto (da 425 a 332 miliardi di euro), sia in rapporto al PIL (dal 27% a poco meno del 21%).

Nei maggiori paesi della Ue, invece, la capitalizzazione sul PIL ha continuato, nonostante la crisi, ad attestarsi su valori significativamente maggiori: 37% in Germania, 55% in Francia e addirittura il 140% nel Regno Unito. Se poi aggiungiamo che il listino italiano, dominato dai titoli finanziari, non rappresenta il tessuto produttivo, caratterizzato invece da una forte presenza del manifatturiero, vediamo chiaramente come il declino finanziario sia più rapido e più acuto di quello industriale, con il rischio che il primo danneggi l’economia reale, che già fatica, sia per la contrazione dei consumi sul mercato interno sia per la minore competitività dei suoi prodotti rispetto ad altri.
Ad aggravare la situazione si aggiunge la fuga dei capitali dall’Italia. Ogni anno spariscono dalle banche italiane 92 miliardi di euro. Una fuga che non ha definitivamente tagliato le gambe al nostro Paese solo per le iniezioni di liquidità operate dalla Bce: 249 miliardi all’1% per tre anni, stanziati fra dicembre e marzo.

Il nostro mercato finanziario è debole, sottocapitalizzato e fortemente in difficoltà, e con le banche che non erogano il credito alle imprese, i danni ricadono immediatamente sulle aziende di medie dimensioni, orientate a competere nel mercato globale. Che poi sono quelle che, pur costituendo la linfa più vitale del nostro tessuto produttivo, non si quotano in Borsa, commettendo un errore capitale, sia soggettivamente che dal punto di vista sistemico.
Così come si sono evolute e hanno retto l’impatto della crisi, così adesso devono sapersi rinnovare, cominciando a utilizzare gli strumenti a disposizione. Perché non si può dare tutta la colpa della crisi alla speculazione finanziaria: ognuno fa il proprio mestiere e gli avvoltoi si muovono dove c’è la carcassa, non dove c’è il leone vivo. Addossare alla finanza la responsabilità tout court della crisi è solo una propagandistica operazione di miope populismo. Il moderno sistema capitalistico, basato su un’economia monetaria di produzione, non può prescindere dalla moneta, dal credito, dalla finanza. E allora devono essere le imprese a saper sfruttare i mercati azionari, e non il contrario.

Insomma, se siamo di fronte all’inaridirsi della finanza, se essa si mostra incapace di supportare e sorreggere l’economia reale, nel caso italiano è anche perché il capitalismo industriale ha preferito il rapporto, magari un po’ opaco, con la banca più prossima, piuttosto che aprirsi all’equity di terzi. Basti vedere il numero, davvero ridicolo, di nuove quotazioni: solo 5 negli anni della crisi, quelli della rarefazione del finanziamento bancario, contro un numero molto elevato di delisting. È allora necessario che si torni a privilegiare l’interconnessione fra gli elementi reali e monetari: non c’è prodotto senza moneta, nel mondo moderno. Le imprese di medie e medio-grandi dimensioni, possono uscire dallo stagno della recessione e della scarsa liquidità, attraverso la quotazione in Borsa. Per gli imprenditori che vogliono fare un salto di qualità non c’è, né ci sarà, momento più propizio per una sfida del genere. Superando diffidenze, accettando la sfida della trasparenza, mettendosi in gioco. Tra l’altro, l’opacità di cui spesso si parla quando si descrive il capitalismo nostrano, è quasi sempre legata alla sua condizione tipicamente familiare, dove vige l’ossessione del controllo proprietario, ma questa è una cultura ereditata dalla singolare esperienza avuta con lo sviluppo industriale post-bellico, che la quotazione in Borsa aiuterebbe a debellare.

Detto questo, e richiamate le ragioni per cui oggi chi si sottrae alla Borsa commette un errore per la sua azienda e un delitto per il sistema economico, non si può non evocare la responsabilità anche di chi sovraintende e gestisce il mercato azionario. Per esempio, bisogna assolutamente facilitare il processo di quotazione. Come? Prima di tutto snellendo l’eccessiva burocrazia – il che vuol dire semplificare la normativa, sciogliere lacci e lacciuoli procedurali, badare alla sostanza e non alla forma nel chiedere informazioni – e poi rendendo meno costoso l’approdo al mercato e i successivi adempimenti. Se l’ingresso delle imprese italiane nel mercato azionario potesse modificare alcune tipiche distorsioni del capitalismo italiano (come la piccola dimensione e l’eccesso di sottocapitalizzazione), rendere più facili e meno costosi gli obblighi per le società quotate sarebbe un gioco, per il legislatore, per la Borsa italiana e per la Consob: un gioco che varrebbe la candela. (twitter @ecisnetto)

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