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Mercoledì, 1 dicembre 2021 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Quel buco nei controlli delle Regioni già segnalato dai commercialisti

/ Enrico ZANETTI

Venerdì, 5 ottobre 2012

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L’enormità degli scandali ormai appurati in seno alla Regione Lazio e la graduale emersione di una gestione quantomeno allegra dei rimborsi spese anche in molte altre Regioni, comprese quelle del virtuoso Nord, sta finalmente facendo smuovere le acque verso controlli meno evanescenti.

Sarà un caso, ma proprio i commercialisti italiani avevano lanciato, già nel 2009 e poi negli anni successivi, il loro allarme: le Regioni, centro nevralgico dell’infrastruttura statale e centro di spesa di primaria importanza, erano e sono tuttora le uniche articolazioni territoriali a non prevedere l’obbligo di nomina di un Collegio di revisori dei conti, come previsto invece per Province e Comuni.

In verità, anche gli Statuti di tutte le Regioni italiane prevedono un Collegio di revisori dei conti, ma la denominazione non deve trarre in inganno: non si tratta infatti di un collegio di tecnici indipendenti appositamente nominati (come avviene anche negli enti locali), ma di tre, cinque o più Consiglieri regionali.
In pratica, un collegio dei revisori composto da politici essi stessi oggetto della revisione, invece che da revisori terzi, professionisti e indipendenti.

Sulle ali degli scandali e dell’indignazione popolare, il Governo ha approvato ieri un decreto legge che detta nuove regole finalizzate a riequilibrare la situazione finanziaria di enti locali in difficoltà nonché a favorire la trasparenza e la riduzione dei costi degli apparati politici regionali, nell’obiettivo di assicurare negli enti territoriali una gestione amministrativa e contabile efficiente, trasparente e rispettosa della legalità. Modifiche normative – oltre che, in previsione, costituzionali, visto che l’Esecutivo, in base a quanto dichiarato ieri dal Premier Monti, sta lavorando a una proposta di legge costituzionale per rivedere la ripartizione di competenze tra Stato e Regioni – finalizzate a introdurre per le Regioni un controllo preventivo sulla legittimità degli atti e delle determinazioni di spesa.

Ottima cosa, ma il salto di qualità, come da tempo predichiamo, si avrà solo quando alla Corte dei Conti verranno attribuiti poteri di controllo dotati di pervasività ed esecutività comparabili a quelli che, per sconfiggere l’evasione fiscale, sono stati progressivamente attribuiti all’Agenzia delle Entrate.

Perché un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate, nei confronti di un cittadino cui viene contestato di non essere stato un diligente contribuente, può avere efficacia esecutiva anche in pendenza di giudizio, mentre un atto di contestazione elevato dalla Corte dei Conti, nei confronti di un cittadino cui viene addebitato di non essere stato un diligente amministratore della cosa pubblica, non può avere pari efficacia?

Eppure, è in gran parte qui la differenza tra i notevoli passi avanti compiuti sull’effettivo recupero da parte dello Stato delle somme contestate agli evasori, rispetto al quasi nullo recupero effettivo di quelle contestate a politici corrotti, dissipatori e dipendenti infedeli dello Stato.

La Corte dei Conti deve diventare un’Agenzia delle Uscite

Diamo quindi corso a questo benedetto upgrade della Corte dei Conti in Agenzia delle Uscite.
In Senato, giace già un disegno di legge in tal senso, scaturito proprio dal dibattito sorto sul tema sulle colonne di Eutekne.info e fatto anch’esso ufficialmente proprio dai commercialisti italiani lo scorso maggio.
Senza questo passaggio, l’approvazione della cosiddetta legge anti-corruzione, per quanto auspicabile in ogni caso, otterrà soltanto di inasprire sanzioni per fattispecie di reato già contemplate e di introdurne di nuove, ma non potrà in alcun modo essere risolutiva.

Parafrasando una nota e fortunata pubblicità di pneumatici: la sanzione è nulla senza il controllo.
(twitter @enrico_zanetti)

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