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EDITORIALE

Storia di Piero e dell’altra metà del cielo: gli autonomi

/ Giancarlo ALLIONE

Mercoledì, 19 marzo 2014

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Le parole di Renzi hanno riacceso la speranza. Gli interventi sul cuneo fiscale per ridare fiato ai lavoratori dipendenti, esposti con un linguaggio chiaro e giovane, devono essere accolti con grande soddisfazione.
Non voglio certo unirmi alla schiera di quelli cui non va mai bene nulla, ma credo sia doveroso portare all’attenzione del Governo altri due temi. Primo: esiste anche il lavoro autonomo, milioni di lavoratori che ogni mattina creano lavoro per sé e per molti altri. Secondo: si dovrebbero creare condizioni, anche solo emotive, per cui intraprendere e investire in Italia non venga percepito come una costosa e sicura fonte di guai. La ricchezza lecita si crea in un solo modo: lavorando. E oggi farlo in Italia è davvero tanto complicato.

Provo a spiegare quello che intendo dire con una storiella nella quale molti dei nostri clienti si riconosceranno.
Il signor Piero Rossini, non avendo qualità morali, culturali e soprattutto relazionali per farsi assumere al Comune di Casteldilato, ma disponendo di tutte le doti tecniche per azionare una ramazza, apre un’impresa di pulizie. Per aprire la partita IVA, il commercialista gli fa firmare un sacco di carte, perché l’UIF ha chiarito che il suo è un settore pericoloso sotto il profilo del riciclaggio di denaro.

Con la partita IVA inizia a lavorare e apprende, neppure dopo molto, che, essendo lui un lavoratore autonomo, ogni anno lo Stato gli assegna un target di fatturato attraverso un modello di calcolo detto studio di settore. Se raggiunge il target assegnato non vince nulla, se invece non lo raggiunge dovrà pagare una somma pari circa al 50% (IRPEF+IVA) della differenza fra il fatturato effettivo e quello che lo Stato si attendeva da lui. Un po’ sorpreso il signor Piero chiede ai suoi vicini di casa, uno pensionato e l’altro messo comunale, se anche loro avessero dei target prestazionali e se, in caso di mancato raggiungimento, avessero anche loro dovuto pagare una penale. Non posso riferire le risposte.

Inguaribile ottimista e per nulla spaventato dalla fatica, Piero riesce a raggiungere, nel 2013, il fatturato annuo di 45.000 euro. È uomo sobrio, l’ufficio è in casa, al lavoro va con un furgone usato, quindi ha solo 5.000 euro di costi. L’utile è facilmente determinato in 40.000 euro.
Piero è anche uomo previdente e coscienzioso, quindi si è iscritto come richiesto alla gestione IVS dell’INPS. L’aliquota contributiva è per il 2013 del 21,75%. Dunque versa all’INPS 8.700 euro. Gli restano così 31.300 euro. Arriva il tempo delle tasse e paga: 8.214,00 euro di IRPEF; 635,39 euro di addizionale regionale; 250,40 euro di addizionale comunale.
L’IRAP la scampa per assenza di organizzazione, così gli restano 22.200,21 euro (pari al 55,50% del suo utile).

Con i soldi superstiti, questo in realtà come qualsiasi altro cittadino, fa la spesa, va al cinema, compra dei vestiti, fa anche un viaggetto a Firenze. In parole povere compra beni e servizi, quindi dai 22.200 euro che spende bisogna scorporare l’IVA. Per semplicità ipotizziamo un’aliquota media del 15%, quindi dei famosi 22.200 altri 2.895,65 vanno allo Stato. Così, alla fine, dei suoi 40.000 euro, 20.695,44 euro se li è presi lo Stato a vario titolo, oltre il 50%. Gli vengono spesso alla mente le parole del nonno, anche queste non riferibili, quando tuonava contro il conte che si prendeva metà del raccolto. La chiamavano mezzadria, ma gli sembrava anche di ricordare che l’avessero abolita.

Però, l’abbiamo detto, Piero è volitivo. Decide di risparmiare e nel giro di qualche anno e molti sacrifici mette da parte la somma di 23.750 euro. Pensa allora di investirli in un box auto, del valore di 20.000 euro. Per licenza narrativa 20.000 euro è anche il valore catastale. L’acquisto è gravato da imposta di registro al 9% (vale a dire 1.800 euro) e imposte ipotecaria e catastale (100 euro). Per fare l’atto bisogna andare dal notaio, che costa 1.500 euro+IVA al 22%, 330 euro. Del gruzzolo di 23.750 euro, 2.230 vanno allo Stato, 1.500 al notaio, 20.000 al proprietario del box, 20 euro restano a Piero per offrire da bere al bar che c’è sotto nel palazzo del notaio.

Passano i giorni e arrivano i tempi dell’IMU. L’aliquota sui box a Casteldilato è lo 0,575% del valore catastale aumentato del 60%. Dunque 32.000 eurox0,575% fanno 184 euro. Piero comincia a pensare che vorrà tenere questo box per tutta la vita. Ottimista com’è, per altri 40 anni. Ma, mentre fa questo progetto, non può fare a meno di fare un piccolo calcolo. Valore del box 20.000 euro, imposte all’acquisto 1.900, IMU per 40 anni 7.360. Totale imposte 9.160 euro, che corrispondono al 45,80% del valore dell’immobile. Al bar sotto al notaio, Piero sente dire che si dovrebbe introdurre una patrimoniale sugli immobili. Pronuncia a quel punto anche lui parole che non posso riferire.

Un brutto giorno il sindaco di Casteldilato lo manda a chiamare per dirgli che l’importo che lui fattura al Comune dovrà essere ridotto del 50%, c’è la crisi, la spending review. Il Comune non ha più soldi e non può certo licenziare i dipendenti o ridurre loro lo stipendio. Non resta che prendersela con i fornitori. A Piero viene subito in mente il target assegnato dallo studio di settore. Come farà ora a raggiungerlo? Lì per lì pensa di andare dal suo amico medico, di documentare che è depresso e non riesce a lavorare, ma ricorda di aver letto che la Cassazione ha sentenziato che per gli autonomi i certificati medici non valgono nulla. Figuriamoci un pezzo di carta fatto dal medico di famiglia.
Arrivato a casa, sulla soglia, c’è la moglie che lo aspetta con una raccomandata in mano. È l’Agenzia delle Entrate che vuole sapere come ha fatto a comprare il box con i quattro soldi che guadagna e soprattutto con i due che gli restano dopo aver pagato le tasse.

Se solo quei soldi se li fosse giocati al casinò, magari a Montecarlo o in Slovenia, ora non dovrebbe spiegare niente a nessuno e, soprattutto, avrebbe anche corso il rischio di vincere qualcosa.

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