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Mercoledì, 21 novembre 2018 - Aggiornato alle 6.00

Lettere

La flat tax sotto i 100.000 euro rischia di creare l’ennesima distorsione

Sabato, 8 settembre 2018

Spettabile Redazione,
ammetto di essere tendenzialmente prevenuto rispetto ai regimi fiscali speciali riservati a talune categorie di persone o di redditi, perché hanno il seme della disuguaglianza: a parità di reddito dovrebbe corrispondere parità di imposta.

Ammetto anche di essere demodé. L’attenzione dei governi più alle tecniche di scienza delle finanze (leggasi: esigenze di bilancio pubblico) piuttosto che a quelle del diritto tributario, con la complicità della Corte Costituzionale che tende a giustificare l’approccio, sembra oggi normale fare esattamente il contrario: a seconda della moda del momento, si inventa la categoria particolarmente svantaggiata che, in barba al principio di uguaglianza e di capacità contributiva, deve pagare meno degli altri.

I vari regimi “dei minimi”, come pure le riduzioni assegnate ai dipendenti per i premi di produttività (per non parlare delle rivalutazioni delle partecipazioni) hanno confermato questa tendenza.
Che però provoca mostri.

Ad esempio, una delle ipotesi che circola prevede che si applichi la flat tax all’impresa o professionista che fattura meno di 100.000 euro l’anno.
Ipotizziamo che si tratti di un collaboratore professionista per cui valga l’equazione fatturato = reddito, vediamo cosa succede al superamento della soglia, oltre la quale scatta il regime normale:
- in caso di reddito di 100.000 euro, con l’aliquota al 15% si avrebbero 15.000 euro di imposta e un netto di 85.000 euro;
- in caso di reddito di 105.000 euro, con l’aliquota a scaglioni si avrebbero 38.320 euro di imposta e un netto di 66.680 euro;
- in caso di reddito di 120.000 euro, con l’aliquota a scaglioni si avrebbero 44.770 euro di imposta e un netto di 75.230 euro;
- in caso di reddito di 137.141 euro, con l’aliquota a scaglioni si avrebbero 52.141 euro di imposta e un netto di 85.000 euro.

In pratica, se per avventura la soglia viene superata, per garantirsi il medesimo reddito occorre “faticare” il 37% in più.

A mio modesto avviso, invece di procedere così e accendere l’ennesimo (o gli ennesimi) trattamento fiscale differenziato, con tutte le distorsioni che provocherebbe e che ci possiamo ben immaginare, sarebbe molto meglio concedere poco, ma a tutti, modificando la curva delle aliquote IRPEF secondo la volontà politica desiderata.


Giampiero Guarnerio
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano

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