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Giovedì, 12 dicembre 2019 - Aggiornato alle 6.00

NOTIZIE IN BREVE

Col decreto del MEF si riducono i compensi per gli organi di controllo di società a controllo pubblico

/ REDAZIONE

Martedì, 16 luglio 2019

Da una ricerca della Fondazione nazionale dei commercialisti, avviata per verificare le ricadute applicative delle norme contenute nella bozza di decreto del Ministero dell’Economia e delle finanze, ex art. 11 comma 6 del DLgs. 175/2016 (c.d. “Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica”), si evince che, per effetto delle suddette norme, una percentuale molto significativa delle società a controllo pubblico non quotate sarebbe tenuta a ridurre i compensi per i propri organi di controllo. Ne ha dato notizia ieri, con comunicato stampa, il CNDCEC.

Si ricorda, a tal proposito, che l’art. 11 comma 6 del DLgs. 175/2016 attribuisce al Ministero dell’Economia il compito di definire con apposito decreto, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, indicatori dimensionali quantitativi e qualitativi al fine di individuare fino a cinque fasce per la classificazione delle società a controllo pubblico.

L’art. 11 comma 6 del DLgs. 175/2016 stabilisce, inoltre, che:
- per ciascuna fascia è determinato, in proporzione, il limite dei compensi massimi al quale gli organi di dette società devono fare riferimento, secondo criteri oggettivi e trasparenti, per la determinazione del trattamento economico annuo onnicomprensivo da corrispondere agli amministratori, ai titolari e “componenti degli organi di controllo”, ai dirigenti e ai dipendenti;
- tale trattamento economico non potrà comunque eccedere il limite massimo di 240.000 euro annui al lordo dei contributi previdenziali e assistenziali e degli oneri fiscali a carico del beneficiario, tenuto conto anche dei compensi corrisposti da altre pubbliche amministrazioni o da altre società a controllo pubblico.

L’analisi svolta dalla Fondazione – si legge nel comunicato del CNDCEC – evidenzia che la riduzione dei compensi degli organi di controllo interesserebbe circa il 60% di 200 società rappresentative delle cinque fasce previste dalla bozza di decreto. La tendenza sarebbe più netta nelle prime tre fasce e, in particolare, nella prima, in cui sono incluse le società di maggiori dimensioni.
Alla luce dei dati emersi nel corso della ricerca, Massimo Miani, presidente del CNDCEC, auspica un ripensamento in corso d’opera da parte del legislatore.

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