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Sabato, 19 settembre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Regime forfetario escluso per l’ex lavoratore estero che rientra in Italia

Beneficio precluso se la persona ha mantenuto la residenza fiscale italiana durante il periodo di lavoro all’estero

/ Gianluca ODETTO e Paola RIVETTI

Giovedì, 17 settembre 2020

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In costanza di residenza fiscale in Italia, l’aver intrattenuto un rapporto di lavoro dipendente all’estero impedisce l’accesso al regime forfetario, ex L. 190/2014, relativamente alla nuova attività svolta prevalentemente nei confronti del precedente datore di lavoro estero. Si tratta di uno dei chiarimenti forniti con la risposta interpello n. 359, pubblicata ieri, con la quale l’Agenzia delle Entrate è tornata sul tema dell’applicabilità del regime forfetario in caso di lavoro in precedenza prestato all’estero.

Il caso oggetto di interpello riguarda una persona che, dal 2019, lavora come dipendente all’estero (UK) per alcune società. Nel Paese estero il soggetto ha aperto un conto corrente e locato un’abitazione; viene altresì indicata l’avvenuta presentazione dell’istanza di iscrizione all’AIRE, che risulta ancora pendente. L’intenzione sarebbe quella di rientrare in Italia per avviare un’attività di lavoro autonomo in regime forfetario, continuando a collaborare con la società estera per la quale risulta attualmente dipendente.

Rispetto a tale caso, vengono esaminati diversi profili che impedirebbero l’applicazione del regime forfetario.
Un primo ostacolo deriva dalla causa di esclusione di cui alla lett. d-bis) dell’art. 1 comma 57 della L. 190/2014 relativa all’esercizio dell’attività autonoma prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta.

Fatta salva l’applicabilità delle regole convenzionali, tale causa ostativa risulterebbe integrata posto che il soggetto risulta fiscalmente residente in Italia in virtù del mantenimento dell’iscrizione all’Anagrafe italiana, il che determina la tassazione (anche) in Italia del reddito di lavoro dipendente prodotto nel Paese estero nel 2019 e nel 2020; sussisterebbe quindi un collegamento con il territorio dello Stato dei redditi di lavoro dipendente percepiti all’estero rappresentato dall’art. 3 comma 1 del TUIR, a norma del quale i residenti sono tassati in Italia per i redditi ovunque prodotti.
Il caso specifico non è pertanto assimilabile a quello esaminato nella precedente risposta a interpello n. 173/2019 laddove, invece, tale collegamento era assente risultando la persona in precedenza residente ai fini fiscali all’estero e acquisendo successivamente la residenza fiscale italiana.

Un margine per evitare l’operatività di tale causa di esclusione sussisterebbe ove la condizione della residenza pregressa all’estero fosse provata secondo le prevalenti regole delle Convenzioni contro le doppie imposizioni (c.d. “tie breaker rule”), finalizzate proprio a dirimere eventuali conflitti di residenza tra gli Stati contraenti.

Un secondo ostacolo all’applicabilità del regime forfetario riguarderebbe l’ammontare lordo del reddito di lavoro dipendente percepito all’estero il quale, ove superasse i 30.000 euro nell’anno solare precedente, integrerebbe l’ulteriore causa ostativa prevista dalla lett. d-ter) dell’art. 1 comma 57 della L. 190/2014. In questo caso, l’Agenzia non fa differenziazioni esplicite in relazione alla residenza della persona e ai criteri di tassazione conseguenti, il che potrebbe lasciar intendere l’autonoma rilevanza, ai fini della causa di esclusione, dei redditi di lavoro dipendente in sé e per sé considerati, indipendentemente dalla residenza del percettore o dalla territorialità del reddito.

A una diversa conclusione si potrebbe giungere considerando che, ai sensi dell’art. 23 comma 1 lett. c) del TUIR, per i non residenti, i redditi di lavoro dipendente sono tassati in Italia se prestati nel territorio dello Stato (e, quindi, nell’anno precedente, ove la persona sia un non residente che lavora all’estero alle dipendenze di un datore di lavoro estero, non esistono redditi imponibili in Italia).

Da ultimo, l’Agenzia delle Entrate rileva che, se la persona è qualificata negli anni precedenti come un non residente (e, pare di capire, mantenga questo status anche dopo il trasferimento “fisico” in Italia), opererebbe l’ulteriore causa di esclusione “generale” prevista dalla lett. b) dell’art. 1 comma 57 della L. 190/2014 per i non residenti, derogata solo se la persona ritrae in Italia almeno il 75% dei redditi complessivamente prodotti.

Un aspetto che non viene esaminato nella risposta riguarda l’iscrizione all’AIRE, il cui procedimento risulta già attivato dal lavoratore. Al riguardo, va segnalato che, in forza delle modifiche apportate dall’art. 16 comma 3 del DL 22/2019 (in vigore dal 26 marzo 2019), l’efficacia del trasferimento all’estero non è più condizionata alla ricezione delle domande da parte dell’ufficiale di anagrafe, bensì alla dichiarazione resa all’ufficio consolare, qualora non sia stata già resa la dichiarazione di trasferimento di residenza all’estero presso il Comune di ultima residenza.

La regola dell’efficacia del trasferimento dal momento della dichiarazione vale anche per le dichiarazioni di trasferimento presentate anteriormente al 26 marzo 2019, a condizione che non siano state ancora ricevute dall’ufficiale di anagrafe.

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