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Mercoledì, 21 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

IMPRESA

La truffa con acquisto e vendita di bitcoin può integrare il riciclaggio

La truffa all’esame della Cassazione è stata attuata anche attraverso il trasferimento di denaro tra diversi conti correnti e il furto di identità

/ Maria Francesca ARTUSI

Sabato, 26 settembre 2020

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Un’articolata truffa, attuata attraverso l’utilizzo di conti corrente e conseguenti movimentazioni di criptovalute, offre l’occasione alla Corte di Cassazione per precisare alcuni principi in materia di riciclaggio e attività abusive connesse a prodotti finanziari e a carte di pagamento.

Nella sentenza n. 26807, depositata ieri, i giudici di legittimità si trovano, infatti, di fronte a un provvedimento di sequestro per oltre 200.000 euro attuato nei confronti di un soggetto indagato per i reati di riciclaggio (art. 648-bis c.p.), di abusivismo finanziario (art. 166 del DLgs. 58/1998) e di indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento (art. 493-ter c.p.).
In particolare, vi era stata una truffa per realizzare la quale era stato utilizzato un conto ING Bank, alimentato con bonifici, sempre relativi a una truffa e a un furto di identità. Tale conto era stato immediatamente svuotato con trasferimenti su altro conto corrente acceso in Germania, aperto on line mediante l’invio di un numero di telefono riconducibile all’indagato. Nella movimentazione in uscita del conto tedesco risultavano due ricariche postepay per l’acquisto di criptovalute. Erano stati individuati anche altri conti correnti su cui erano finiti i proventi di truffe, sempre intestati all’indagato.

Alla luce di tutto ciò, veniva, così, affermata la sussistenza del reato di riciclaggio, perché l’indagato non si era limitato a occuparsi di acquisto e cessione di criptovalute, ma si era inserito attivamente nell’apertura di conti correnti su cui confluivano i proventi delle truffe, che venivano poi utilizzati per le relative transazioni.

Può essere utile ricordare che per “riciclaggio” si intende quell’insieme di attività volte a nascondere, occultare o comunque ostacolare l’accertamento circa l’origine illecita delle risorse finanziarie o patrimoniali utilizzate in un’operazione finanziaria o economica (in senso ampio). Più specificamente, l’art. 648-bis c.p. prevede la punibilità (con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 5.000 a 25.000 euro) per chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato, sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione a essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

Oltre a ciò – come si è detto – veniva contestata nel caso di specie un’attività illegittima di “cambiavalute virtuale”. I giudici evidenziano al riguardo che la vendita di bitcoin veniva reclamizzata come una vera e propria proposta di investimento, tanto che sul sito ove veniva pubblicizzata si davano informazioni idonee a mettere i risparmiatori in grado di valutare se aderire o meno all’iniziativa, affermando che “chi ha scommesso in bitcoin in due anni ha guadagnato più del 97%“. Si tratta, pertanto, di attività soggetta agli adempimenti del Testo unico sull’attività finanziaria (artt. 91 e ss. del DLgs. 58/1998), la cui omissione integra la sussistenza del reato di “abusivismo” previsto per chi offre fuori sede, ovvero promuove o colloca mediante tecniche di comunicazione a distanza, prodotti finanziari o strumenti finanziari o servizi o attività di investimento (art. 166 comma 1 lett. c) del DLgs. 58/1998).

Integrati riciclaggio, abusivismo e indebito utilizzo di carte

Rileva, infine, l’ulteriore fattispecie di indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento di cui all’art. 493-ter c.p. (condotta prima disciplinata nell’art. 12 del DL 143/1991). La condotta illecita è quella di chi indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, nonché quella di chi falsifica o altera carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi, ovvero possiede, cede o acquisisce tali carte o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, o ancora, ordini di pagamento prodotti con essi.

Secondo la sentenza in commento, anche l’uso di una carta di credito da parte di un terzo, autorizzato dal titolare, può integrare tale reato. Ciò in quanto la legittimazione all’impiego del documento è contrattualmente conferita dall’istituto emittente al solo intestatario, il cui consenso all’eventuale utilizzazione da parte di un terzo è del tutto irrilevante, stante la necessità di firma all’atto dell’uso, di una dichiarazione di riconoscimento del debito e la conseguente illiceità di un’autorizzazione a sottoscriverla con la falsa firma del titolare, a eccezione dei casi in cui il soggetto legittimato si serva del terzo come longa manus o mero strumento esecutivo di un’operazione non comportante la sottoscrizione di alcun atto (nello stesso senso, Cass. n. 11023/2004).

Il sequestro viene, tuttavia, annullato con rinvio in quanto sproporzionato rispetto al reddito dichiarato e all’attività svolta.

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