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Mercoledì, 14 aprile 2021 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Un giudizio di opportunità non sarebbe passibile di formale richiamo verbale

Venerdì, 2 aprile 2021

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Gentile Redazione,
da ex componente di una Commissione Disciplinare ho letto con interesse quanto rappresentato ieri dal collega Roberto Castegnaro. Con lo stesso interesse che presumibilmente ha attratto codesta Redazione per deciderne la pubblicazione (si veda “Ho ricevuto una «sanzione/non sanzione» per uso improprio dei social”).

Non conoscendo puntualmente gli atti di causa non si può esprimere un giudizio, per il quale mi astengo.

Tuttavia è possibile esprimere alcune considerazioni generali, partendo dal presupposto – non certo – che quanto raccontato dal collega si sia svolto esattamente nei termini illustrati.

Le questioni essenziali sono due:
- il richiamo verbale è una sanzione disciplinare o può essere comminata anche senza aprire il fascicolo disciplinare?
- che succede se il richiamo venisse comminato irregolarmente e – per quanto si riferisce – al di fuori di un procedimento disciplinare e quindi “non impugnabile”?

Il primo quesito ha una risposta semplice.
Se è vero che il richiamo non è qualificato come sanzione disciplinare, esso non può che essere comminato nell’ambito di un procedimento disciplinare.

Infatti come precisa l’art. 5 del Codice delle sanzioni disciplinari, il richiamo è comminabile soltanto se il comportamento fosse passibile di una censura (esige quindi un giudizio di colpevolezza), ma laddove la censura risultasse “comunque sproporzionata” rispetto alla tenuità della violazione, può essere sostituita da un richiamo verbale, che produce il solo effetto di costituire una aggravante nel caso di una futura violazione “della stessa natura”.

Qui emergerebbe una contraddizione del provvedimento se effettivamente è stato emesso come rappresentato: non è compatibile con un giudizio di colpevolezza la constatazione che “non è stato ravvisato alcun comportamento tale da costituire violazione di alcun articolo del Codice Deontologico”.

L’invito a “non farlo più”, pur non avendo violato nulla, sembra tradire un giudizio di opportunità più che di colpevolezza. Come tale non passibile di formale richiamo verbale (che poi è scritto, ma questo è un altro omaggio all’italico iperformalismo).

Passando alla seconda questione, è ovvio che quella decisione – che implica un giudizio di colpevolezza – deve poter essere impugnata. In tal senso il “Pronto Ordini” che viene citato non ha alcun valore effettivo: è l’equivalente della circolare ministeriale nell’ambito tributario. È un parere, nemmeno vincolante, ma non un giudizio.

Tuttavia, quand’anche le cose si fossero svolte in quel modo, e fosse spirato il termine per proporre appello al Consiglio Nazionale, il collega non avrebbe perso nulla. Anzi!

L’effetto “aggravante” del richiamo si esplicherebbe solo nel caso il collega fosse giudicato nuovamente per la medesima violazione.

Nell’ambito del secondo giudizio potrà far valere la nullità del precedente provvedimento, ovvero – e questo sarebbe il lato divertente della vicenda – potrà far constatare che è impossibile aver commesso una violazione per un comportamento precedente della stessa natura, essendo provato che nel caso precedente “non è stato ravvisato alcun comportamento tale da costituire violazione di alcun articolo del Codice Deontologico”.


Giampiero Guarnerio
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano

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