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Giovedì, 9 dicembre 2021 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Il sistema ordinistico deve tornare ad avere un mandato meramente pubblico

Martedì, 3 agosto 2021

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Gentile Redazione,
c’è un senso di sfiducia e disaffezione, profondo, nella categoria dei dottori commercialisti, tanto da insinuare il dubbio che ancora possa parlarsi di categoria. A ben guardare la situazione, incresciosa e complessa, che si è determinata nel sistema ordinistico è conseguenza di un errore prima concettuale, poi strategico.

Andiamo subito al punto: l’errore è consistito nell’assegnare al sistema ordinistico compiti, e conseguenti aspettative, eccedenti rispetto al ruolo istituzionale.
Compito degli ordini, infatti, che proprio per questo sono enti pubblici, è l’amministrazione degli iscritti: verificare la sussistenza e la permanenza dei requisiti di iscrizione, accertare la puntualità della formazione obbligatoria, previamente autorizzata, esercitare, per tramite degli appositi consigli, l’attività disciplinare.
Nel tempo il sistema ordinistico ha, però, ampliato, motu proprio, le proprie competenze, istituendo commissioni di studio, intervenendo in ambiti sempre più ampi e avocando a sé la rappresentanza anche politica degli iscritti.

Alla base resta però un grande, clamoroso, equivoco: l’ordine, in ogni sua articolazione, nazionale e territoriale, è ente pubblico di esercizio e rappresentanza istituzionale.
Il farsi parte, rappresentante politico e culturale della categoria in aggiunta alla funzione precipua ha comportato da una parte una lievitazione di compiti, funzioni, struttura e costi; dall’altra la perdita di autorevolezza pubblica.

Quando l’istituzione si fa sindacato è vista dalle altre ramificazioni dello Stato come partigiana, e non già come parte di esso. Le funzioni consegnate dall’ultimo decreto sull’equo compenso ne sono un massimo esempio. Diventa inutile sventolare il sigillo di Stato, quando si agisce con logiche associative.

Gli effetti, del resto, sono ben visibili in ogni interlocuzione con la Pubblica Amministrazione e con ogni organo dello Stato: le istanze dei dottori commercialisti sono guardate con sospetto, come mere istanze di parte, formulate nell’interesse esclusivo di una categoria, innescando una odiosa contrapposizione che, evidentemente, non poteva che vederci perdenti.

D’altro canto, è cresciuto l’appetito a far parte dei vertici di questo sistema, giacché questa estensione delle funzioni si è tradotta pure in un aumento dei volumi delle masse economiche in gioco, inclusi i compensi degli organi nazionali e i benefici, più o meno diretti, connessi alla partecipazione ai diversi lavori.

Ma gli effetti di tale strategia sono misurabili anche nella miserrima guerra che si è aperta in occasione delle elezioni per il rinnovo dei consigli degli ordini ancora in corso: la competizione alla massima poltrona ha ingenerato un meccanismo preverso di ricorsi, controricorsi e interventi legislativi senza precedenti, cui si aggiunge l’ultima mortificazione della questione di genere, che, ignorata nel corso del normale mandato, non pretesa in sede di formazione delle liste, viene ora utilizzata come cavallo di Troia per destabilizzare ulteriormente la competizione elettorale.
Non possiamo però restare inerti in questo scenario e attendere l’esito, disastroso, di un percorso scellerato.

C’è una sola soluzione: cogliere questo spazio di effettiva stasi della macchina ordinistica (che cade nel momento in cui ci sarebbe invece maggiore necessità di un presidio dei dottori commercialisti) per restituire al sistema ordinistico il proprio mandato originario, meramente pubblico, riunendo le spinte politiche in altre e più opportune sedi, dove non siano fraintese le finalità e, soprattutto, non vi sia impiego di risorse collettive per interessi privati.


Andrea Ferrari
Presidente AIDC

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