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Mercoledì, 21 agosto 2019 - Aggiornato alle 6.00

NOTIZIE IN BREVE

L’interruzione tra rapporti lavorativi non inficia il periodo minimo di lavoro all’estero degli impatriati

/ REDAZIONE

Venerdì, 19 luglio 2019

Per gli impatriati di cui all’art. 16 comma 2 del DLgs. 147/2015, il requisito dello svolgimento di un’attività lavorativa all’estero nei due anni prima del rientro non viene meno nel caso in cui vi sia stata un’interruzione tra diversi rapporti lavorativi. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la risposta a interpello n. 272 di ieri.

Nel caso di specie, un contribuente, iscritto all’AIRE dal 2016, il 17 luglio 2017 ha iniziato un rapporto di lavoro dipendente presso la sede di Londra. Tale rapporto lavorativo è terminato con effetto dal 31 dicembre 2018 (dal 5 dicembre al 31 dicembre 2018 era in aspettativa retribuita).
Il medesimo soggetto il 7 gennaio 2019 ha iniziato un nuovo lavoro come dipendente presso un’altra società all’estero. Pertanto, tra i due rapporti di lavoro si è verificata un’interruzione dell’attività lavorativa di circa una settimana (dal 1° al 6 gennaio 2019), fisiologica all’avvicendamento di una nuova posizione lavorativa.

Posto che il rientro in Italia è previsto alla fine di agosto 2019 (quindi con trasferimento della residenza fiscale dal 2020), fermi restando gli altri requisiti richiesti dall’art. 16 comma 2 del DLgs. 147/2015, secondo l’Agenzia, al momento del rientro, il soggetto avrà maturato il requisito della residenza estera nonché quello di svolgimento dell’attività di lavoro all’estero per un periodo di almeno 24 mesi, potendo quindi avvalersi del regime degli impatriati come modificato dal DL 34/2019 (c.d. DL “crescita”).

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