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Mercoledì, 21 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

LAVORO & PREVIDENZA

Per il reato di caporalato è necessario lo sfruttamento del lavoratore

Nei casi di intermediazione illecita e di sfruttamento il soggetto che realizza la condotta si approfitta dello stato di bisogno del lavoratore «debole»

/ Mario PAGANO

Sabato, 17 ottobre 2020

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La durata oraria della prestazione lavorativa, la retribuzione, la penosa situazione personale e abitativa, la decurtazione obbligatoria di parte non irrilevante del compenso quale corrispettivo per l’accompagnamento in auto sul posto di lavoro, la mancanza di dotazioni di sicurezza, l’assenza di formazione e la mancata fruizione di un giorno di riposo. Sono questi i molteplici elementi fattuali, sintomatici di una condizione di sfruttamento dei lavoratori, in ragione dei quali la Cassazione, con sentenza n. 27582/2020, ha confermato la decisione del Tribunale per il riesame di Reggio Calabria che, a sua volta, aveva ritenuto legittima, per i medesimi motivi, l’ordinanza del Gip del Tribunale di Palmi, con la quale era stata applicata la misura degli arresti domiciliari nei confronti di un soggetto indagato per il reato di “caporalato”, punito dall’art. 603-bis c.p.

La pronuncia della Suprema Corte offre un’utile occasione per riportare all’attenzione, soprattutto in tempi di COVID-19 e di lockdown, la questione dello sfruttamento lavorativo.
La norma di riferimento in materia è il citato art. 603-bis c.p., introdotto originariamente dal DL 138/2011, conv. L. 148/2011. A seguito delle problematiche interpretative che ne condizionavano la concreta applicabilità, la disposizione è stata modificata dalla legge 199/2016, in vigore dal 4 novembre 2016, alla quale è dovuta l’attuale formulazione.

Come ricordato dall’Ispettorato del Lavoro (INL) nella circolare n. 5/2019, l’art. 603-bis punisce due distinte fattispecie. La prima concerne l’“intermediazione illecita”, posta da chiunque “recluta” manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizione di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. La seconda riguarda più propriamente lo “sfruttamento lavorativo”, con cui si punisce penalmente chiunque utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante la citata attività di intermediazione, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno.

In entrambi i casi, i segni distintivi sono rappresentati dallo sfruttamento e dall’approfittarsi dello stato di bisogno.
Con riferimento a quest’ultimo aspetto, si valorizza la strumentalizzazione a proprio favore della situazione di debolezza della vittima del reato e lo squilibrio tra le prestazioni contrattuali. Lo “stato di bisogno”, invece, è una condizione, come ricorda l’Ispettorato, tipica di chi non ha piena libertà di scelta e versi in uno stato di “debolezza sociale”, come nell’ipotesi di impiego di personale straniero spesso extracomunitario.

Con riguardo allo sfruttamento, invece, lo stesso art. 603-bis elenca una serie di circostanze che ne rappresentano indici, per così dire, normativamente sintomatici, considerati dall’INL alternativi tra di loro.
Il primo è dato dalla reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato.

Il secondo indice è rappresentato dalla reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie, sempre con riguardo a diversi lavoratori. Di rilievo, ovviamente, anche le violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro le quali, tuttavia, precisa la citata circolare, avranno un peso maggiore se non meramente formali ma incidenti in modo diretto sulla salute e sicurezza del lavoratore, mettendola seriamente in pericolo. Da ultimo, vanno considerate anche la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

La Cassazione, nella pronuncia in commento, si riporta a tale ricostruzione normativa, valorizzando, evidentemente, tutti questi elementi sintomatici dello sfruttamento. Del resto, tale ultimo requisito appare fondamentale per la fattispecie in questione. La Corte, citando il precedente n. 49781/2019, ricorda che “la mera condizione di irregolarità amministrativa del cittadino extracomunitario nel territorio nazionale, accompagnata da situazione di disagio e di bisogno di accedere alla prestazione lavorativa, non può di per sé costituire elemento valevole da solo ad integrare il reato di cui all’art. 603-bis c.p. caratterizzato, al contrario, dallo sfruttamento del lavoratore, i cui indici di rilevazione attengono ad una condizione di eclatante pregiudizio e di rilevante soggezione del lavoratore, resa manifesta da profili contrattuali retributivi o da profili normativi del rapporto di lavoro, o da violazione delle norme in materia di sicurezza e di igiene sul lavoro, o da sottoposizione a umilianti o degradanti condizioni di lavoro e di alloggio”.

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