Boidi: «I giovani vanno fatti sedere al tavolo»
La neo Presidente dell’UNGDCEC chiede più ascolto sull’adozione delle scelte che riguardano il futuro dei commercialisti
Continuità nel rinnovamento. È da questo principio, divenuto ormai assiomatico per un’associazione che ha sempre attuato il ricambio del proprio vertice dopo un solo mandato, che riparte l’Unione nazionale giovani commercialisti. Alla guida, per i prossimi tre anni, ci sarà Michela Boidi, chiamata a coordinare una squadra composta da soli 4 componenti di Giunta uscenti e 14 volti nuovi. “Siamo un gruppo coeso – dice a Eutekne.info –, che rappresenta tutto il territorio nazionale. La lista è stata votata all’unanimità e questo ci fa sentire il sostegno della base”. Un sostegno che tornerà utile per mettere in campo “iniziative sempre più sfidanti”, ma comunque “nel solco della tradizione Unione”.
Presidente Boidi, iniziamo dal programma. Da dove riparte l’Unione?
“Abbiamo tante iniziative in mente e, se dovessimo trovare un filo conduttore, il focus sarebbe sul ricambio generazionale. L’obiettivo è promuovere l’attrattività della professione, non solo per chi deve accedere, ma anche per chi è già dentro e deve rimanerci. Perché il problema sono anche le fuoriuscite. Professionisti con meno di 40 anni che, non appena possono, lasciano per i concorsi pubblici o un lavoro in azienda. E quando succede ci perdiamo tutti, perché parliamo di soggetti già formati e, quindi, di un patrimonio di competenze che si disperde”.
Ma perché succede?
“C’è un tema di stabilità economica, che fatica ad arrivare nella prima parte della vita professionale, c’è un tema di responsabilità sempre molto alte, che a volte possono spaventare i colleghi, e un tema di bilanciamento vita-lavoro, che è una parte del racconto. Su quest’ultimo punto, già a partire dal mandato precedente, stiamo cercando di promuovere un altro modo di fare la professione, grazie allo sviluppo dell’IA che andrà ad automatizzare una serie di processi e liberare delle sacche di tempo. Tempo che poi ci si potrà gestire come meglio si crede, magari anche per andare incontro alle proprie esigenze di vita personale”.
La questione giovani ormai è diventata centrale nel dibattitto interno alla categoria. Spesso, però, a parlarne non sono i diretti interessati. Avete la percezione che si affronti il tema solo perché è ineludibile, ma che poi alla fine non si faccia mai abbastanza per voi?
“Questo è il vero nodo. Si discute tanto dei giovani, ma quasi mai con i giovani. Si parla sempre in un modo paternalistico, cercando di spiegare al giovane come dovrebbe lavorare, cosa dovrebbe fare, quali grandi iniziative si stanno facendo in suo favore, però poi, nei fatti, non gli si chiede che cosa vuole e soprattutto non lo si fa sedere al tavolo. Il problema della distanza generazionale è questo. I punti di osservazione tra chi ha 60 anni e chi ne ha 30 sono troppo distanti: non parliamo la stessa lingua. E se non si chiede ai giovani di esprimere la propria opinione su quello che si sta facendo per loro, alla fine il rischio è che rimangano solo tanti slogan. Certamente, negli ultimi anni sono stati fatti passi in avanti, ma da qui a dire che i giovani si sentano pienamente rappresentati, non possiamo dirlo”.
Cosa deve accadere per cambiare questa percezione?
“Che ci sia un coinvolgimento vero all’interno dei luoghi di rappresentanza. Se il Consiglio nazionale o la Cassa lavorano a iniziative per i giovani, ci aspettiamo che ne parlino con noi. Allo stesso modo, se si parla di rappresentanza negli Organi territoriali è impensabile che non ci siano i giovani”.
Però, dopo le ultime elezioni locali, pare che qualcosa si stia muovendo, o no?
“Le ultime elezioni hanno portato risultati molto soddisfacenti in termini di rappresentanza generazionale, tanti giovani sono stati eletti nei Consigli. È un passo in avanti, ma se andiamo a guardare l’età media è ancora alta. È un inizio, ma bisogna ancora fare tanta strada”.
Nel frattempo, proprio nell’ottica di implementare il dialogo, voi avete pensato a un tavolo istituzionale permanente tra Unione e i giovani eletti nei Consigli locali. Qual è l’obiettivo?
“Fare sì che le nostre iniziative trovino uno sbocco all’interno degli Ordini e diventino di carattere istituzionale. Nello scorso mandato abbiamo fatto un protocollo di crescita per tirocinanti e neo abilitati e uno con i tribunali per favorire un maggiore equilibrio nel conferimento degli incarichi. Renderli istituzionali vorrebbe dire favorire la diffusione di questi protocolli”.
Parliamo del protocollo su tirocinanti e neo abilitati. Cosa prevede?
“Si chiama «Percorso professionale certo» e parte dal ragionamento che, se un giovane spesso sceglie le società di revisione o consulenza anziché gli studi professionali, è perché in quei contesti riesce ad avere un’idea chiara di quello che sarà il suo percorso di crescita, mentre negli studi entri, spesso pagato una miseria, senza sapere quello che ti aspetta. Allora abbiamo immaginato di definire un percorso per step, che parte dal tirocinio con compenso minimo di 800 euro, con una crescita graduale fino a 5 anni dopo l’abilitazione, quando poi si potrà valutare un’associazione nello studio o altro. Lo abbiamo trasmesso alle Unioni locali che hanno avviato un’interlocuzione con gli Ordini. L’Ordine di Torino, ad esempio, lo ha adottato. Gli studi che aderiscono al protocollo sono inseriti in una sorta di registro consultabile sul sito dell’Ordine. Noi vorremmo creare un registro a livello nazionale”.
Dice che il tirocinio gratuito è ancora diffuso? E, in questo senso, il bando della Cassa dottori (che ha introdotto un contributo di 500 euro per i dominus che corrispondono almeno mille euro ai tirocinanti) sta aiutando a invertire la tendenza?
“Ovvio che la Cassa non può legare il contributo all’adesione al protocollo, ma sicuramente sta aiutando, soprattutto a superare quella barriera culturale che ancora esiste sul tirocinio gratuito. Capisco che uno studio debba fare i conti con costi sempre crescenti e che ci sia anche un tema di sostenibilità, ma il lavoro va remunerato correttamente, anche quello di un tirocinante”.
La legge delega per la riforma del DLgs. 139/2005 prevede l’anticipo del tirocinio durante il percorso di studi universitari. Cosa ne pensa?
“Sicuramente è uno strumento per velocizzare l’ingresso, e questo è un tema, perché spesso il tirocinio post laurea è visto come un ulteriore allungamento del ciclo di studi. Dall’altro lato, però, temo che, fin tanto che non si metterà mano ai corsi di laurea, rendendoli più aderenti a quello che si andrà a fare negli studi, si rischierà solo di abbassare la qualità dei tirocinanti. Perché sarebbero chiamati a fare due cose contemporaneamente, negli ultimi anni di Università gli esami sono più impegnativi e l’attenzione sarebbe più su quella parte lì, con il rischio di non consolidare le basi in un percorso importante come il tirocinio. Quindi, va bene anticiparlo, ma andrebbe fatto di pari passo alla revisione dei corsi universitari”.
C’è un tema di narrazione sbagliata nei confronti dei più giovani?
“Credo di sì, e stiamo provando a rimediare con «Obiettivo Unico», raccontando ai ragazzi tutte le possibilità che offre la professione, che sono molte di più di qualche anno fa. Quando studiavo io, avevi solo due binari: fiscale-societario o concorsuale. Oggi, ci sono tante più opportunità, penso alla sostenibilità, al controllo di gestione e tutta l’area del pre-contenzioso. Ma bisogna saperle raccontare, anche per permettere ai ragazzi di scegliere una specializzazione più aderente alle loro caratteristiche”.
Ecco, le specializzazioni. L’Unione come le vede?
“Noi siamo favorevoli, a patto che non comportino l’ennesimo obbligo formativo che va ad aggiungersi agli altri. Perché se, per diventare specialista, bisogna fare 200 ore di formazione e altre 50 ogni anno, un giovane, che è operativo per definizione, non avrà mai quella disponibilità di tempo. Visto che facciamo già tanta formazione obbligatoria, si scalino da lì le ore legate alla specializzazione che scegliamo di ottenere”.
Quale è la realtà tra i giovani in termini di aggregazioni?
“La stragrande maggioranza è collaboratore di una struttura. C’è tanto interesse sull’aggregazione, ma a oggi c’è una grossissima barriera, che è il regime forfetario (che non è previsto per chi si associa, ndr). Fin quando avrà queste caratteristiche, aggregarsi sarà difficilissimo. Vanno ipotizzate agevolazioni soprattutto per i giovani, anche nell’interesse dello Stato, perché l’aggregazione rappresenta una leva di crescita importante che fa sì che, nel giro di un paio di anni, quelle associazioni entrino nel regime ordinario, con conseguente aumento di gettito”.
Servirebbe un intervento anche sulla legge sull’equo compenso?
“Se continuerà ad applicarsi solo a P.A. e grandi imprese, rimarrà un vulnus evidente. Nel momento in cui si definisce un compenso equo, deve esserlo erga omnes e non solo verso i grandi committenti. Noi abbiamo presentato una proposta emendativa alla L. 49/2023 proprio per correggere la stortura di una norma da cui i giovani non si sentono minimamente tutelati, anche per il fatto che le sanzioni si applicano solo al professionista”.
La logica, sulle sanzioni, era quella di scongiurare la concorrenza sleale.
“Ed è corretto, ma bisogna ipotizzare sanzioni anche per il committente, altrimenti sarà sempre il professionista a essere spalle al muro. Bisogna calarsi nella realtà di ogni singolo collega, che peraltro non ha alcun parametro di riferimento. Per questo, come Unione, abbiamo realizzato un documento con gli onorari proposti, mappando tutte le possibili attività”.
Chiudiamo con le semplificazioni. Cosa ne pensa del possibile sdoppiamento della dichiarazione, di cui si parla tanto in queste settimane?
“Posto che bisognerebbe leggerne un po’ di più per capire meglio, stando alle informazioni attuali ci sono grosse perplessità, anche perché uno dei due invii sembrerebbe previsto a luglio, il mese peggiore per tutto quello che già c’è da fare in termini di adempimenti. Non vorrei che, ancora una volta, si partisse per semplificare, per poi ritrovarsi con un’ulteriore duplicazione degli adempimenti”.
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