Prima settimana di flessione dei tassi dall’inizio del conflitto in Medio Oriente
Il bilancio dall’inizio della guerra resta comunque molto significativo con la parte a breve che sale ben più del medio lungo
Dopo i continui rialzi del mese di marzo che hanno condotto a un netto repricing con tassi a breve in fortissimo rialzo e con la curva dei rendimenti che si è andata gradualmente appiattendo, la settimana appena conclusa vede un rientro omogeneo di circa 10 centesimi sia sul breve sia sul lungo termine.
Bund 10 al 2,99%, Bund 2 al 2,61%. Irs 10 al 3,05%, Irs 2 al 2,82%. Bond Usa 10 anni al 4,30%, 2 anni al 3,80%. Recuperano i Btp grazie a un paio di sedute di “risk on” e nonostante la revisione al ribasso sulla crescita in Italia (segui tassi e valute su www.aritma.eu).
Il bilancio dall’inizio della guerra sui tassi resta comunque molto significativo con la parte a breve che sale ben più del medio lungo. Sui Bund il rialzo complessivo è di circa 22 cent. sul 10 anni; ben 55 cent. sul 2 anni. L’Irs 10 (+30 cent.), il 2 anni (+65). L’Euribor 3 mesi era al 2% mentre attualmente è al 2,10%; il tasso Future Euribor per dicembre è passato da 2% a 2,80%, quello per dicembre 2027 da 2,18% a 2,69%.
Non sono comunque mancate giornate di forte volatilità. Tralasciando gli aspetti relativi al conflitto (durata della guerra, stretto di Hormuz…), i dati hanno mostrato un’economia americana abbastanza resistente con quella eurozona che sembrerebbe risentire di più del rischio geopolitico. Gli indici Pmi (direttori acquisti) Ue sono scesi e l’inflazione è salita. Negli Stati Uniti, Pmi, vendite al dettaglio e occupazione (payroll superiori al consensus e tasso di disoccupazione che scende al 4,3% dal 4,4% di febbraio) mostrano una buona tenuta dell’economia.
Questo mese l’inflazione nella zona euro è balzata oltre l’obiettivo del 2% fissato dalla Banca centrale europea a causa dell’impennata dei prezzi del petrolio e del gas, acuendo un dilemma di politica monetaria: da un lato, il rincaro dell’energia frena la crescita, dall’altro rischia di innescare una spirale inflazionistica che si autoalimenta. I prezzi del greggio sono quasi raddoppiati a causa della guerra in Iran e la Bce sta ora valutando se alzare i tassi di interesse per evitare che questo aumento si rifletta in modo permanente sui prezzi di altri beni e servizi.
L’inflazione complessiva nei 21 Paesi che condividono la moneta unica è balzata al 2,5% a marzo dall’1,9% del mese precedente (stime 2,5%-2,6%) con i costi energetici in crescita del 4,9%. Nel frattempo, l’inflazione “core”, che esclude i settori volatili dei prodotti alimentari e dell’energia, è scesa al 2,3% dal 2,4%. L’inflazione dei servizi, la voce più consistente nel paniere dei prezzi al consumo e l’indicatore chiave dell’inflazione interna, è scesa al 3,2% a marzo dal 3,4% del mese precedente.
La teoria economica di base suggerisce che le banche centrali dovrebbero ignorare gli shock di prezzo una tantum generati dalle interruzioni dell’offerta, anche perché la politica monetaria agisce con lunghi ritardi. Un rapido aumento dell’inflazione energetica può però estendersi con facilità al resto dell’economia se le aziende iniziano a incorporarlo nei prezzi di vendita e i lavoratori iniziano a chiedere aumenti salariali per compensare la perdita di reddito disponibile.
I mercati finanziari prevedono ora tre aumenti dei tassi di interesse da parte della Bce quest’anno, il primo dei quali ad aprile o a giugno. La prossima riunione della Bce è prevista per il 30 aprile.
I due tagli dei tassi statunitensi previsti per quest’anno prima dello scoppio della guerra sono scomparsi dalla curva dei Futures.
Qualsiasi previsione sui mercati finanziari in questa fase dipende dalle ipotesi sulla durata della guerra e sul prezzo di petrolio e gas. I mercati sembrano partire dal presupposto che il conflitto in Medio Oriente finirà presto e che lo Stretto di Hormuz verrà riaperto. Questo scenario di base presuppone che i prezzi dell’energia si abbassino dopo la fine della guerra, ma che rimangano elevati su base media annua, mentre la crescita globale reggerà, giustificando un atteggiamento restrittivo da parte della maggior parte delle banche centrali. Quello che con buona probabilità potrà invece emergere è una significativa divergenza di politiche monetarie dovuta al diverso impatto che lo shock in corso avrà nelle diverse aree geografiche. Questo potrebbe dar luogo a movimenti soprattutto delle valute.
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