Commercialisti: «Da chiarire i confini della responsabilità professionale»
La recente pronuncia della Cassazione provoca la reazione indignata di CNDCEC e sindacati: «Inaccettabile deriva punitiva»
L’ordinanza n. 5635/2026, con cui la Corte di Cassazione confermava la sanzione in capo a un commercialista che aveva inviato, ma non materialmente redatto, la dichiarazione di un cliente contenente costi indeducibili (si veda “Sanzionato in proprio il commercialista che indica in dichiarazione costi indeducibili” del 13 marzo 2026) ha scatenato un coro di proteste tra i rappresentanti della categoria.
Il Presidente del CNDCEC, Elbano de Nuccio, lo ha definito un precedente “preoccupante”, dal momento in cui si “trasforma un dovere di diligenza professionale in una presunzione di responsabilità”. È vero che, nel caso di specie, si parla di “evidenti difformità” tra dichiarazioni e contabilità ma, continua, “nella realtà operativa quotidiana le irregolarità tributarie sono spesso il frutto di interpretazioni discutibili di norme complesse, di valutazioni discrezionali su cui lo stesso Fisco e la giurisprudenza si dividono. Pretendere che il commercialista rilevi ictu oculi ogni possibile violazione significa attribuirgli poteri divinatori che nessun professionista possiede”.
C’è, poi, il principio della personalità della responsabilità sanzionatoria, che viene “stravolto” configurando il concorso del commercialista per il solo fatto di “non aver controllato abbastanza”. Questo, sottolinea il numero uno del CNDCEC, “non è più un sistema sanzionatorio basato sulla colpevolezza: è responsabilità oggettiva mascherata da negligenza professionale”.
Tutto ciò, assieme alla “estensione abnorme degli obblighi di controllo imposti al professionista”, finirà per produrre un “effetto devastante per la categoria professionale e, paradossalmente, per lo stesso sistema fiscale. I commercialisti, per tutelarsi, saranno costretti a rifiutare incarichi di mera trasmissione telematica quando siano anche tenutari della contabilità; pretendere di riesaminare integralmente ogni dichiarazione prima della trasmissione, con conseguente aumento dei costi e dei tempi; moltiplicare le clausole di esclusione di responsabilità nei contratti, con conseguente aumento del contenzioso; abbandonare progressivamente il settore della consulenza fiscale per attività meno rischiose”.
Il risultato finale sarà “un sistema in cui i contribuenti, soprattutto le piccole imprese, faticheranno a trovare professionisti disposti ad assisterli, con conseguente aumento dell’evasione fai da te e della litigiosità fiscale”. Per questo, “è urgente un intervento legislativo che chiarisca i confini della responsabilità professionale del consulente tributario” che fermi la “deriva punitiva inaccettabile” rappresentata da questa pronuncia.
Un intervento legislativo “chiarificatore” è stato richiesto anche dal Presidente dell’Unione Giovani, Francesco Cataldi, secondo cui “l’interpretazione della Cassazione rischia di alterare il ruolo del commercialista nel sistema tributario, trasformandolo impropriamente da consulente tecnico in controllore permanente dell’operato del cliente, con un’estensione della responsabilità professionale non prevista dal legislatore”.
Decisamente critica anche l’ADC: “Sebbene la Cassazione sottolinei l’obbligo di controllo rispetto alle scritture contabili tenute dal professionista – ha sottolineato in una nota stampa –, è fondamentale distinguere tra la mera trasmissione di dati predisposti dal cliente e la redazione della dichiarazione”. L’associazione guidata da Gianluca Tartaro ritiene “assolutamente irragionevole ipotizzare una responsabilità automatica del commercialista per ogni costo indeducibile contestato al cliente”, spiegando che “si opporrà con forza a ogni tentativo di traslare impropriamente sul professionista il rischio sanzionatorio che appartiene al contribuente”. Ciò non significa “volersi sottrarre alle proprie responsabilità professionali” ma, continua l’associazione, “non si può accettare un orientamento che rischia di trasformare l’obbligo di diligenza in una forma di responsabilità oggettiva e indiscriminata”.
L’ANC, invece, rilancia una battaglia in cui è impegnata da tempo: “È necessario accendere un faro – scrive il sindacato guidato da Marco Cuchel – sul problema della non assicurabilità delle sanzioni dirette di natura fiscale applicate ai professionisti, che pone gli stessi in una situazione di disparità rispetto, ad esempio, ai manager e agli amministratori di società, nonostante la previsione del decreto 269/2003, secondo cui è chiamato a rispondere delle sanzioni il soggetto giuridico che trae beneficio dall’eventuale violazione”.
Negli ultimi anni, il tema è stato portato anche all’attenzione del Viceministro Leo, prospettando la possibilità di “modificare la norma relativa all’irrogazione delle sanzioni dirette al professionista o, in alternativa, di intervenire sul codice delle assicurazioni, consentendo al professionista di assicurarsi e di non mettere a repentaglio il proprio patrimonio personale”. L’associazione chiede anche alle altre istituzioni di condividere questa battaglia che, scrive, merita di “essere in cima all’agenda di chi si occupa di categoria, poiché riguarda la totalità dei colleghi e il quotidiano esercizio della professione”.
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