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Mercoledì, 11 marzo 2026 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

La scelta della leadership riguarda l’identità della nostra professione

Mercoledì, 11 marzo 2026

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Gentile Redazione,
le elezioni del Consiglio Nazionale non sono mai un passaggio meramente organizzativo. Sono il momento in cui la Categoria decide “cosa vuole essere” e “quale modo di guidarla” considera più coerente con la propria identità. Non si votano soltanto delle persone e nemmeno semplicemente dei programmi: si sceglie un modello culturale, un’idea di professione e uno stile di leadership. Mai come in questa occasione, leggendo i programmi delle due liste contrapposte e dei due candidati alla presidenza, emerge con chiarezza che non siamo di fronte solo a proposte diverse. Affiorano due modi differenti d’intendere il rapporto tra il vertice della professione e la comunità che esso rappresenta.

Il programma di Siciliotti nasce da una visione più dichiaratamente politica. Parla di metodo, di partecipazione, di territori. Immagina un Consiglio Nazionale capace di costruire le proprie decisioni attraverso il confronto e la sintesi tra esperienze diverse, considerandole una ricchezza e non un ostacolo.
Il programma di de Nuccio appare costruito con un’impostazione più tecnica e manageriale. È una piattaforma orientata soprattutto all’individuazione di obiettivi operativi e alla capacità del vertice di tradurli in risultati concreti. In questo modello, il Consiglio Nazionale assume inevitabilmente una funzione più centrale di guida e di indirizzo. Quasi un consiglio di amministrazione, nel quale il risultato autodeterminato orienta il processo decisionale e rafforza il ruolo della guida.

Due approcci radicalmente diversi. Due modi differenti, quasi divergenti di concepire la leadership e i rapporti tra istituzioni di categoria e iscritti. È proprio per questo che il voto dei consiglieri degli Ordini territoriali di aprile assume un significato particolare.

Nel nostro sistema si vota una volta ogni quattro anni. E il risultato è netto: chi vince ottiene l’intero Consiglio Nazionale, tutti e ventuno i componenti. A differenza degli ordini locali, al Consiglio nazionale non è prevista una rappresentanza della minoranza. Non esiste quindi uno spazio interno in cui visioni diverse possano continuare a confrontarsi. Il momento elettorale diventa così l’unico vero momento in cui la base ordinistica, o una sua rappresentanza proporzionale, partecipa direttamente alla scelta dell’indirizzo della professione. Poi quella decisione accompagnerà la categoria per quattro anni, durante i quali non solo il Consiglio Nazionale risulta totalmente impenetrabile a contaminazioni esterne ma si approva anche in autonomia, a differenza degli ordini locali, bilancio preventivo e consuntivo. Una concentrazione di potere che appare a molti confliggente con un’istituzioni partecipativa.

Ed è qui che ciascun consigliere dell’Ordine dovrebbe fermarsi a riflettere.
Se la partecipazione alla vita della nostra comunità professionale debba esaurirsi in quel voto che si esprime una volta ogni quattro anni. Oppure se sia preferibile un modello in cui il confronto con i territori e la condivisione delle responsabilità accompagnino continuamente il governo della professione, dalle scelte più strategiche fino a quelle più operative.

La politica di categoria, quando è vissuta nella sua dimensione più alta, non è – o non dovrebbe essere – una questione di ruoli o di posizioni, non è mai soltanto gestione. È visione, passione, responsabilità, disponibilità e coraggio di tenere insieme una comunità professionale fatta di territori, di storie e di sensibilità diverse. Per questo, accanto agli obiettivi operativi, diventa importante interrogarsi anche sul senso civile e morale della proposta che ciascun progetto esprime: quale idea di comunità professionale propone e quale modo di stare insieme immagina per il futuro.

Il Consiglio Nazionale può essere soltanto un centro di direzione. Oppure può diventare una casa comune. Può limitarsi a guidare la professione dall’alto oppure può contribuire a rafforzare il senso di appartenenza di una comunità che vive nei territori e che, nonostante le difficoltà del nostro tempo, continua a rappresentare una delle grandi energie civili del Paese. Ai consiglieri degli Ordini territoriali spetta oggi il compito di scegliere quale strada percorrere. Non è una decisione che riguarda soltanto l’organizzazione della categoria. Riguarda il suo spirito e il suo modo di stare insieme. Riguarda la sua identità più profonda.

Per questo, al momento del voto, forse vale la pena fermarsi un istante e ricordare che dietro quella scheda non c’è soltanto una preferenza. Dietro quella scheda c’è il futuro di un’intera categoria professionale e, idealmente, molto di più.


Amedeo Sacrestano
Già presidente dei revisori CNDCEC
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Roma

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