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Mercoledì, 11 dicembre 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Meno fini economisti e più buoni commercialisti

/ Enrico ZANETTI

Lunedì, 17 maggio 2010

Lo avevamo scritto già alcune settimane fa (si veda l’articolo “Pagare tutti per pagare meno o... per pagare tutto”, pubblicato il 19 aprile 2010): parlare di riduzione delle tasse senza prima affrontare i nodi della spesa pubblica è ridicolo, così come affrontare i nodi della spesa pubblica senza partire dai costi della politica è impensabile.
Ridurre le entrate di un bilancio che versa in uno stato di deficit strutturale è ridicolo.
Imporre sacrifici finalizzati a ridurre le uscite di quel bilancio, senza imporli anzitutto a se stessi, nella propria qualità di classe dirigente del Paese, è impensabile.
Alla fine, a quanto sembra, queste semplici verità stanno finalmente facendo breccia nelle menti di ben più autorevoli commentatori e testate.

Lo stesso Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, a quanto sembra, sta ragionando, seppur tra mille mal di pancia, circa la necessità di porre un blocco agli aumenti degli stipendi nel pubblico impiego e di operare una sforbiciata sulle indennità di parlamentari e consiglieri regionali.
Due temi che, fino a poco tempo, fa sarebbero stati, rispettivamente, un tabù o un attacco di demagogia vengono finalmente discussi per quello che sono: passaggi ineludibili, al pari di quello legato ad un sempre più efficace recupero dell’evasione fiscale.

Per quanto riguarda il blocco degli stipendi nel pubblico impiego, mi limito ad osservare che la recente crisi economica ha dimostrato e sta tutt’ora dimostrando come la stabilità del posto di lavoro pubblico sia un valore che non può non essere tenuto in considerazione, nel complessivo raffronto con la remunerazione che percepisce chi lavora nel settore privato.
Proprio per questo, non vedo nulla di sconvolgente nel fatto che, a parità di impiego e qualifica, nel pubblico si guadagni meno che nel privato.
Da noi spesso accade addirittura il contrario, grazie a contrattazioni collettive che negli ultimi anni hanno premiato assai più il settore del pubblico impiego che altri.
Sulla riduzione dei costi della politica non mi soffermo oltre, perché è del tutto evidente che, quando arriva l’ora dei sacrifici, il primo a doverli fare è chi guida gli altri verso questa difficile scelta: è l’abc della leadership.

Di una cosa vado però convincendomi, più ho occasione di soffermarmi sulle dinamiche del bilancio dello Stato ed esaminarne le relative voci e serie storiche.
Questo Paese ha bisogno di avere nella stanza dei bottoni qualche fine economista in meno e qualche onesto commercialista in più.
Meno prosopopee su scenari futuri che, immancabilmente, non si verificano.
Meno attenzione a indici che disegnano il rapporto tra due variabili macroeconomiche, come ad esempio quello tra spesa pubblica e PIL, senza alla fine farci capire in modo chiaro cosa aumenta e come.
Più attenzione ai dati reali di bilancio e al rispetto di equilibri elementari quanto fondamentali.
Più sano realismo, come quello che il buon commercialista instilla nell’imprenditore che a volte si fa prendere la mano da progetti di espansione più suggestivi che sostenibili, oppure che non accetta di vedere come sia arrivato il momento di dire basta e ristrutturare il debito.

Non è un caso che il Ministro Tremonti, divenuto dal 2008 particolarmente attento a cordoni della borsa e particolarmente cauto ad ipotesi di riduzione delle imposte, venga talvolta definito più un commercialista che un economista.
Non so se lo sia diventato davvero, ma, se lo fosse, sarebbe sempre meglio tardi che mai.

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