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Lunedì, 16 settembre 2019 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

I giovani non hanno la sindrome Nimby per i cambiamenti della professione

Giovedì, 3 gennaio 2019

Caro Direttore,
durante il 2018, ormai corso via, abbiamo partecipato entusiasti a dibattiti sul futuro della professione, siamo orgogliosamente intervenuti alle assemblee sulla riforma del nostro ordinamento professionale, abbiamo ascoltato le grida di dolore di colleghi che, sviliti dagli adempimenti, aspirano ad esercitare una professione “intellettuale” non più confinata tra una scadenza e un adempimento.

All’alba del nuovo anno vogliamo affrontare le fragilità endogene alla nostra categoria con animo prospettico, libero e critico. Per una parte rilevante della categoria gli “adempimenti” costituiscono “lavoro” anche se nel tempo sono divenuti solo “fonte apparente” di ricavo. Concentrare la propria attività professionale su “adempimenti” non solo aumenta i costi di gestione dello studio, viste le note e generalizzate difficoltà poi nel ribaltarli sul cliente, ma sottraggono tempo all’attività di consulenza per le imprese (il nostro mestiere), relegando il professionista al computer e trasformandolo da consulente in “intermediario” dell’Agenzia delle Entrate, ma cosa ben più preoccupante hanno avuto l’effetto di “disintermediare” la nostra professione rendendola preda di “esca”-pologi, banche, multinazionali e chi più ne ha più ne metta.

Su queste basi il cliente non percepisce alcuna “creazione di valore” e l’unica discriminante di “scelta”, tra i vari attori che affollano il nostro mercato, diventa la leva (al ribasso) del prezzo.
Ne abbiamo discusso in innumerevoli convegni, lo abbiamo scritto in decine di articoli, lo ha asseverato una recente ricerca della FNC: i commercialisti devono evolvere per non rimanere spremuti dalla concorrenza dei player che possono, giocando con le “economie di scala”, agevolmente “banalizzare” e “standardizzare” le prestazioni “generaliste” comprimendo i prezzi.

Tuttavia, se qualora ci fossero state ancora perplessità sull’opportunità di implementare logiche più evolute nella gestione dello studio, l’estensione della fatturazione elettronica B2B avrebbe dovuto motivarci al cambiamento in questa direzione.
Presto o tardi i nostri clienti ragioneranno sul rapporto economico che li lega allo studio, magari spronati dalla proposta accattivante di una delle banche, società assicurative o altri gruppi che, ben prima dell’introduzione della fatturazione elettronica, sono stati attratti dall’opportunità di creare un contatto “diretto” con le imprese.

Il risultato? Disintermediazione della componente di prestazione “standardizzabile”, aggressione dei nostri clienti da parte di soggetti non appartenenti al nostro ordine e ulteriore stretta competitiva sulla professione generalista.

Muoversi verso la consulenza direzionale, considerata una scelta di posizionamento che crea un vantaggio competitivo difendibile nel tempo, è una consapevolezza che l’80% dei commercialisti dichiarava di avere ben chiara, sin dal 2009. Secondo i dati forniti dalla ricerca “L’evoluzione della professione di Commercialista”, condotta dall’allora IRDCEC ed edita nel 2012, quasi l’80% dei colleghi considerava già allora la consulenza aziendale e il controllo di gestione le principali aree di sviluppo della professione; eppure la stessa indagine statistica, condotta nel 2018, tratteggia un modello organizzativo dei nostri studi rimasto pressoché immutato.

È piuttosto imprudente difendere una professione che non c’è più, è tardivo ricercare “esclusive” su “prestazioni” che apportano, già oggi, una marginalità pressoché inesistente ai nostri studi. Dobbiamo muovere, invece, verso una professione fondata su “riserve” di legge e su una formazione e un posizionamento concretamente difendibili.

Nutrire le paure di colleghi, che a torto o a ragione non hanno intrapreso un incisivo percorso di innovazione, non è lungimirante e contribuisce a ritardare il cambiamento che, invece, dobbiamo unitamente incoraggiare affinché si recuperi l’autorevolezza che la nostra professione deve reclamare.

I giovani hanno deciso di capovolgere le catastrofiche visioni che riguardano la sopravvivenza della nostra professione ridando una prospettiva positiva del nostro futuro.
Una parte della categoria si dichiara protesa all’innovazione e al cambiamento, ma evidentemente “non nel mio cortile” (not in my back yard). Fortunatamente però “dopo il buio della notte c’è sempre una nuova alba” e di Nimby tra i giovani se ne contano davvero pochi!


Daniele Virgillito
Presidente UNGDCEC

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