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Lunedì, 23 novembre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Il COVID-19 limita la pubblica udienza anche in Cassazione

Esigenze di cautela rendono legittimo il rito camerale

/ Caterina MONTELEONE

Sabato, 21 novembre 2020

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I giudici della Cassazione, con la sentenza n. 26480 depositata ieri, hanno respinto un’istanza di trattazione della causa in pubblica udienza, con una motivazione articolata e basata oltre che sui principi generali consolidati, in merito alle scelte che giustificano la trattazione in camera di consiglio anziché in pubblica udienza dei ricorsi pendenti dinanzi alla Suprema Corte, anche richiamando le norme dettate dal legislatore per affrontare l’emergenza epidemiologica in atto e limitare la diffusione del contagio.

Nel caso in esame, la parte ricorrente aveva motivato l’istanza di pubblica udienza richiamando argomentazioni generiche e, in particolare, sostenendo che la pubblica udienza fosse giustificata in considerazione del valore della lite superiore a 181 milioni di euro.

I giudici hanno respinto l’istanza, innanzitutto, richiamando l’orientamento giurisprudenziale consolidato secondo cui, per i giudizi pendenti in Cassazione, il collegio giudicante può escludere la trattazione in pubblica udienza sia nel caso in cui la questione da decidere riguardi principi già consolidati e, quindi, sui quali non vi sia alcun profilo di novità, sia qualora debbano essere decise questioni che non abbiano “rilevanza nomofilattica, idonee a rivestire efficacia di precedente, orientando, con motivazione avente funzione extra processuale, il successivo percorso della giurisprudenza (Cass. n. 19115/17)”.

Nonostante nel caso deciso vi fossero argomentazioni più che sufficienti per ritenere motivato il rigetto dell’istanza in esame, i giudici hanno precisato che il rigetto dell’istanza per la trattazione in pubblica udienza deve considerarsi in linea anche con le norme precauzionali predisposte dal legislatore per affrontare l’emergenza epidemiologica in atto. In particolare, hanno richiamato l’art. 221 comma 4 della L. 77/2020, secondo cui “il giudice può disporre che le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti siano sostituite dal deposito telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni”.

Non c’è violazione dei principi della CEDU

I giudici hanno, inoltre, precisato che la trattazione in pubblica udienza sarebbe risultata in contrasto con le misure organizzative adottate dal Primo Presidente della Corte che, per affrontare l’emergenza in atto, ha previsto limitazioni per gli accessi all’interno degli uffici giudiziari, chiarendo infine che la scelta di trattare in adunanza camerale, anziché in pubblica udienza, i ricorsi non è illegittimo in quanto “il principio di pubblicità dell’udienza, pur previsto dall’art. 6 CEDU ed avente rilievo costituzionale, non riveste carattere assoluto e può essere derogato in presenza di «particolari ragioni giustificative», ove «obiettive e razionali» (Corte cost., sent. n. 80 del 2011), da ravvisarsi in relazione alla conformazione complessiva di tale procedimento camerale, funzionale alla decisione di questioni di diritto di rapida trattazione non rivestenti peculiare complessità”.

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