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Mercoledì, 28 luglio 2021 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Sarebbe miope non riconoscere il ruolo sociale dei commercialisti nella crisi

Martedì, 14 luglio 2020

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Gentile Redazione,
era il 27 marzo 2020 (sembra un secolo fa), in piena pandemia, quando il Consiglio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Viterbo, forse e purtroppo prevedendo quello che poi sarebbe accaduto, ovvero la totale mancanza di considerazione da parte dello Stato delle difficoltà delle categorie professionali ordinistiche dotate di autonome casse di previdenza, provocatoriamente elaborava un documento al fine di promuovere degli spunti di riflessione sul futuro a breve di centinaia di migliaia di studi. L’idea era quella di lanciare il classico sasso nello stagno.

In questi giorni, autorevoli istituzioni preposte alla ricerca, come l’ISTAT, hanno più volte rimarcato lo stato di difficoltà in cui versano e verseranno le categorie professionali in relazione alla crisi economica i cui effetti sono sicuramente solo all’inizio.
Paradossalmente i Commercialisti, che hanno visto nel periodo emergenziale riconosciuto il proprio fondamentale ruolo, stanno soffrendo oggi di un carico lavorativo senza precedenti dovuto al sommarsi di adempimenti vecchi e nuovi in un tourbillon di scadenze dove la confusione e lo smarrimento ormai regnano sovrani. Se questa è la fotografia di oggi, quello che a me più preoccupa è cosa succederà domani nei nostri studi.

Nessuno si augura che avvenga quello che molte autorevoli fonti prevedono ovvero che, in alcuni settori economici, un’azienda su tre chiuderà i battenti.
Se ciò malauguratamente accadesse c’è certezza che il Commercialista di quell’azienda (in chiusura), essendo un professionista serio, non abbandonerà la nave e conseguentemente continuerà ad assistere il cliente in quell’anno/anno e mezzo necessario, nella migliore delle ipotesi, per regolare e rendere effettiva la triste fase di chiusura dell’attività. Un periodo fatto di scritture contabili, adempimenti, dichiarazioni e quant’altro con la ragionevole certezza che accanto al povero imprenditore in difficoltà ci sarà il suo fedele Commercialista pronto a lavorare probabilmente, anzi sicuramente gratis per tutto quel periodo.

L’alternativa a quanto esposto sarebbe la chiusura senza le dovute e necessarie procedure amministrative, ma quest’ultima quale costo sociale avrebbe?
Ecco il paradosso: mentre le imprese moriranno per illiquidità o per insufficienza di domanda, i nostri studi faranno una fine analoga schiacciati però da un’enorme mole di lavoro a cui non corrisponderà alcun corrispettivo economico.

Non penso sia utile a nessuno non considerare il ruolo fondamentale della nostra professione in questa fase della storia del Paese. Sarebbe miope ed estremamente gravoso sopportare i costi sociali e reputazionali di uno Stato che deve scegliere di rinunciare oggi o nei prossimi anni ai Commercialisti magari pensando che il loro lavoro possa essere sostituito da un computer e ancor peggio da altre figure professionali di dubbia preparazione e correttezza.

I centoventimila Commercialisti che non si sono fermati un giorno dall’inizio della pandemia e il cui futuro appare oggi incerto come non mai aspettano un cenno dai nostri governanti; un riconoscimento del ruolo sociale che ricoprono e la garanzia che possano adempiere al proprio mandato anche nei confronti di chi sicuramente non potrà, per colpa degli effetti devastanti della crisi, onorare gli impegni economici maturati e maturandi con il proprio Commercialista.

 
Marco Santoni
Presidente ODCEC Viterbo

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