X

Informativa

Questo sito, e gli strumenti di terze parti richiamati, utilizzano cookie indispensabili per il funzionamento tecnico del sito stesso e utili alle finalità illustrate nella Cookie Policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie nella modalità sopra indicata.

Recupera Password

Non sei ancora registrato? Clicca qui

Mercoledì, 12 agosto 2020 - Aggiornato alle 6.00

IL CASO DEL GIORNO

Interessi di mora dovuti anche in caso di sospensione giudiziale della cartella

/ Giorgio INFRANCA e Pietro SEMERARO

Mercoledì, 15 luglio 2020

x
STAMPA

download PDF download PDF

La normativa in tema di interessi applicabili agli atti tributari (siano essi avvisi di accertamento o cartelle di pagamento) è sempre stata piuttosto ostica, in ragione della farraginosità e della stratificazione che la contraddistingue; basti pensare, ad esempio, che la disciplina sui tassi di interesse contenuta nel DPR 602/73 è derogata (a regime e con buona pace della gerarchia delle fonti) dal DM 21 maggio 2009 che rappresenta ormai la fonte del diritto principale in tema di interessi applicabili agli atti tributari.

Le difficoltà applicative, poi, si fanno – se possibile – ancora maggiori ogniqualvolta le discipline previste per le diverse “tipologie” di interessi (per ritardata iscrizione a ruolo, di mora, da dilazione, da sospensione) finiscono per entrare in contatto e sovrapporsi.
È il caso, ad esempio, del rapporto fra gli interessi “moratori” e gli interessi “da sospensione”, su cui si è recentemente pronunciata la Suprema Corte (Cass. n. 31786 del 5 dicembre 2019).

Ai sensi dell’art. 30, DPR 602/73, decorso inutilmente il termine di 60 giorni per il pagamento, sulle somme iscritte a ruolo decorrono gli interessi di mora (il cui tasso attualmente applicabile è pari al 2,68%), computati dalla data di notifica della cartella.
Ai sensi dell’art. 39 del DPR 602/1973, invece, qualora l’Agenzia delle Entrate conceda (fino alla sentenza della Commissione tributaria provinciale) la sospensione amministrativa della riscossione, sulle somme “il cui pagamento è stato sospeso [...] e che risultano dovute dal debitore a seguito della sentenza” della C.T. Prov., si applicano gli interessi da sospensione nella misura del 4,5% annuo (art. 4 del DM 21 maggio 2009); analoga disciplina si applica (a partire dal 1° gennaio 2016) anche in caso di sospensione cautelare dell’esecuzione dell’atto impugnato, ai sensi dell’art. 47, comma 8-bis del DLgs. 546/92.

La Cassazione ha sostenuto che gli interessi moratori ex art. 30 del DPR 602/73 siano dovuti dai contribuenti anche nel caso di cartelle di pagamento oggetto di sospensione giudiziale, posto che la sospensione disposta dal giudice “non incide sugli interessi sia perché costituisce uno strumento processuale che non incide sul rapporto sostanziale, sia perché è uno strumento comunque provvisorio i cui effetti vengono travolti dalla pronuncia definitiva”, con la conseguenza che “la sospensione dell’esecutività della cartella esattoriale non rileva ai fini del calcolo degli interessi che comunque decorrono dalla notifica della cartella come disposto dall’art. 30 del DPR 602 del 1973 che non è derogato nel caso di sospensione provvisoria dell’esecutività della cartella stessa”.

La posizione espressa dalla Suprema Corte non convince.
Difatti, è noto che il ritardo nell’adempimento di un’obbligazione pecuniaria produce un aggravio in capo al debitore, a titolo di interessi moratori (art. 1224 c.c.), il cui fine è quello di risarcire, appunto, il creditore per il mancato versamento nei termini. In particolare, ai sensi dell’art. 1282 c.c., sono i “crediti liquidi ed esigibili” di somme di denaro a produrre interessi di pieno diritto, compresi quelli moratori.
In termini generali, quindi, si può ritenere che siano esclusivamente le somme di denaro dovute ed esigibili a produrre interessi di mora, se e quando pagate in ritardo.

Diversamente, se il pagamento, in un dato momento, non è dovuto, non vi è mora e, conseguentemente, non vi è debenza di interessi per risarcimento da ritardo.
A parere di chi scrive, non pare che nel diritto tributario si possa derogare a questo principio fondamentale; difatti, anche in caso di notifica di un avviso di accertamento (art. 29 del DL 78/2010) o di una cartella di pagamento (art. 25 del DPR 602/1973) sono previsti termini entro cui effettuare il pagamento, che, come detto, se non rispettati generano la mora.
Tuttavia, quando il termine per il pagamento è stato sospeso (a livello giudiziario o amministrativo) non può esserci inadempimento per tardivo pagamento posto che (almeno momentaneamente) il pagamento non è dovuto e, conseguentemente, la mora non configurabile.

Tale conclusione pare altresì confermata dalla stessa disciplina in materia di interessi da sospensione. Infatti, sia l’art. 39, comma 2 del DPR 602/73 che l’art. 47, comma 8-bis del DLgs. 546/92, prevedono in caso di sospensione (amministrativa o giudiziale) l’applicazione di un interesse “ad hoc” (gli interessi da sospensione, appunto) riconosciuti solo sulle somme effettivamente dovute dopo la sentenza della commissione tributaria, il cui fine è quello di risarcire il Fisco per il ritardo nella riscossione.

Ecco dunque che l’ordinamento già prevede, nel caso di sospensione, uno specifico interesse (il cui tasso è, peraltro, maggiore rispetto a quello di mora), per cui la sovrapposizione con quelli di mora appare eccessiva e neppure in linea con quanto sostenuto dalla stessa Agenzia con riguardo alla alternatività fra interessi da ritardata iscrizione a ruolo e interessi di mora (cfr. nota Agenzia delle Entrate n. 2011/141776).

TORNA SU