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Mercoledì, 21 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Compensi reversibili deducibili per competenza

La Cassazione aderisce all’orientamento maggioritario negando l’applicazione del principio di cassa

/ Alessandro COTTO

Sabato, 17 ottobre 2020

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È frequente nella prassi dei gruppi societari che un dipendente venga nominato nell’organo amministrativo di altra società del gruppo, la quale versa al datore di lavoro il compenso senza che transiti nella disponibilità della persona fisica (c.d. compensi reversibili).

La sentenza della Cassazione n. 22479 depositata ieri, 16 ottobre, si occupa del trattamento fiscale del costo in capo alla società amministrata, contribuendo a fare un po’ di chiarezza su una materia che nel corso degli anni ha registrato qualche contrasto interpretativo.

In via preliminare, occorre ricordare che, ai sensi dell’art. 95 comma 5 del TUIR i compensi spettanti agli amministratori sono deducibili secondo il principio di cassa, vale a dire nell’esercizio in cui sono corrisposti.

Secondo la sentenza in commento, tuttavia, nel caso di compensi reversibili la società non versa alcun compenso all’amministratore, ma si limita a pagare all’altra società “un corrispettivo per l’utilità ricevuta, consistente nella fruizione dell’attività di gestione societaria espletata dalla risorsa umana messale a disposizione”.
Mancando un’erogazione in denaro a colui che ha svolto l’attività gestoria, non è applicabile il principio di cassa e il costo, quale prestazione di servizi, deve essere dedotto secondo il principio di competenza.

La Cassazione conferma quanto affermato dalla norma di comportamento ADC 17 ottobre 2007 n. 169 e dalla circolare Assonime n. 50 del 1990. Secondo tale ricostruzione, occorre valorizzare la circostanza che i compensi sono attribuiti ad una società titolare di reddito d’impresa e quindi tassati per competenza. Sul piano sistematico detto criterio mal si concilierebbe con la deduzione per cassa in capo al soggetto erogante.

Occorre infatti sottolineare che il predetto principio di cassa (che la Suprema Corte definisce “eccezionale”) è stato previsto per evitare che il disallineamento tra le regole di tassazione permettesse alla società di dedurre per competenza il costo relativo all’amministratore senza che quest’ultimo fosse effettivamente assoggettato ad imposizione per via del mancato pagamento del compenso.

Tale esigenza di simmetricità ha portato l’Agenzia delle Entrate ad affermare che i compensi percepiti dall’amministratore entro il 12 gennaio dell’anno n+1 sono ugualmente deducibili dalla società nell’anno n dal momento che, in applicazione al principio di cassa allargato, l’amministratore considera percepiti i compensi nell’anno n (circ. Agenzia delle Entrate n. 57/2001, § 7.1).

Pare utile ricordare che, secondo una nota dell’Agenzia delle Entrate (n. 124734 del 20 giugno 2002), inedita, ma ampiamente ripresa dalla dottrina, varrebbe la qualificazione oggettiva del compenso, per cui anche per i compensi reversibili opererebbe la deduzione in base al principio di cassa.

Secondo l’Agenzia opera invece il principio di cassa

Si tratta però di un orientamento che risultava minoritario ieri e lo è ancor di più oggi, alla luce della sentenza in commento.

Con riferimento invece all’amministratore dipendente, vale la pena di sottolineare che, in base al consolidato orientamento dell’Amministrazione finanziaria, i compensi reversibili percepiti dalle persone fisiche non concorrono a formare il reddito IRPEF degli amministratori in base al “principio generale secondo cui non si configurano quale reddito imponibile di un soggetto le somme di cui egli non ottenga in alcun modo la disponibilità” (nota n. 8/166 del 17 maggio 1977 confermata dalla risposta interpello n. 167/2019).

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