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Venerdì, 7 maggio 2021 - Aggiornato alle 6.00

IMPRESA

Anche il socio amministratore può «dipendere» dalla società di capitali

È però necessario un potere di direzione, controllo e disciplinare da parte di altri amministratori

/ Maurizio MEOLI

Mercoledì, 5 maggio 2021

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Recentemente, la Cassazione, con l’ordinanza n. 11161/2021, è tornata sul tema della compatibilità tra la posizione di socio/amministratore e quella di lavoratore subordinato di una società di capitali.

Si è, in primo luogo, ribadito come la qualità di amministratore di una società di capitali sia compatibile con la qualifica di lavoratore subordinato della stessa, ove sia accertato, in concreto, lo svolgimento di mansioni diverse da quelle proprie della carica sociale rivestita, con l’assoggettamento a effettivo potere di supremazia gerarchica e disciplinare (cfr. Cass. n. 9368/1996).
Pertanto, potendo in astratto coesistere nella stessa persona la posizione di socio di una società e quella di lavoratore subordinato della medesima, pure un socio, componente del CdA di una società, può essere legato a quest’ultima da un rapporto di lavoro subordinato, purché, appunto, risulti in concreto assoggettato a un potere di direzione, controllo e disciplinare esercitato dagli altri componenti dell’organo cui egli appartiene; in mancanza di siffatto assoggettamento, anche l’osservanza di un determinato orario di lavoro e la percezione di una regolare retribuzione non sono sufficienti da sole a far ritenere la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato (cfr. Cass. n. 1316/1985).
Più in particolare, il rapporto organico che lega il socio amministratore a una società di capitali non esclude la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato a contenuto dirigenziale tra il primo e la seconda (cfr. Cass. n. 12283/1998).

Solo nel caso di amministratore unico di società di capitali datrice di lavoro, quindi, non è configurabile il vincolo di subordinazione, perché mancherebbe la soggezione del prestatore a un potere sovraordinato di controllo e disciplina, escluso dall’immedesimazione in unico soggetto della veste di esecutore della volontà sociale e di quella di unico organo competente ad esprimerla (cfr. Cass. n. 5352/1998).

Si è anche ricordato come la Cassazione n. 7465/2002 abbia addirittura stabilito che la qualità di socio e amministratore di una società di capitali composta da due soli soci, entrambi amministratori, sia compatibile con la qualifica di lavoratore subordinato, anche a livello dirigenziale, ove il vincolo della subordinazione risulti da un concreto assoggettamento del socio-dirigente alle direttive e al controllo dell’organo collegiale amministrativo formato dai medesimi due soci.

Rispetto a tali indicazioni, peraltro, appare opportuno puntualizzare un profilo attinente all’ipotesi in cui ci si trovi in presenza di un amministratore delegato dipendente della società.
In tal caso, infatti, l’astratta compatibilità tra status di lavoratore subordinato e quello di amministratore delegato viene meno in caso di delega generale con facoltà di agire senza il consenso del consiglio di amministrazione (cfr. Cass. n. 18414/2013). In quest’ultima ipotesi, secondo il messaggio l’INPS n. 3359/2019, neanche i controlli di legittimità sostanziale riservati al Collegio sindacale potrebbero far pensare all’eterodirezione necessaria a configurare un rapporto di lavoro subordinato.
Diversamente, l’attribuzione da parte del consiglio di amministrazione del solo potere di rappresentanza ovvero di specifiche e limitate deleghe all’amministratore non è ostativo, in linea generale, all’instaurazione di genuini rapporti di lavoro subordinato.

La recente decisione della Cassazione evidenzia, altresì, che, così come non sussiste alcuna incompatibilità di principio tra la qualità di componente (non unico) dell’organo di gestione e quella di lavoratore subordinato alle dipendenze della società, allo stesso modo non vi sono ostacoli alla configurabilità di un siffatto rapporto fra la società e il socio titolare della maggioranza del capitale sociale.

Ciò neppure quando la percentuale del capitale detenuto corrisponda a quella minima prevista per la validità delle deliberazioni dell’assemblea, attesa la sostanziale estraneità dell’organo assembleare all’esercizio del potere gestorio; ferma restando, comunque, la non configurabilità di un rapporto di lavoro con la società quando il socio (a prescindere dalla percentuale di capitale posseduto e dalla formale investitura a componente dell’organo amministrativo) abbia di fatto assunto, nell’ambito della società, l’effettiva ed esclusiva titolarità dei poteri di gestione (cfr. Cass. n. 21759/2004).

La qualità di socio, anche “maggioritario”, di una società di capitali, quindi, non è, di per sé, di ostacolo alla sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra socio e società, allorché possa in concreto ravvisarsi il vincolo di subordinazione, almeno potenziale, tra il socio medesimo e l’organo societario preposto all’amministrazione. Vincolo che, in generale, è da escludere unicamente nelle ipotesi di socio “amministratore unico” o di socio “unico azionista” o di “socio sovrano”, per tale intendendosi quel soggetto che abbia ridotto a suo strumento la società usandone come di cosa propria (cfr. Cass. n. 4586/1987; sul tema si veda anche il già citato messaggio INPS n. 3359/2019).

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