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Venerdì, 7 maggio 2021 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Provare di essersi trasferiti all’estero non esclude la residenza fiscale in Italia

Non basta accertare la dimora abituale all’estero; rileva il centro degli interessi vitali, che dev’essere riconoscibile e di cui va fornita la prova

/ Anita MAURO

Mercoledì, 5 maggio 2021

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Ai fini dell’accertamento della residenza fiscale in Italia di una persona fisica trasferita in Spagna e, pertanto, iscritta all’AIRE, deve accertarsi se la persona abbia fissato o mantenuto in Italia il proprio domicilio, come disciplinato dal codice civile, riconoscibile ai terzi, inteso come stabile fissazione nel territorio dello Stato, per la maggior parte del periodo di imposta, del luogo della gestione dei propri interessi e affari. Non è sufficiente a escludere la residenza fiscale in Italia il solo accertamento che la contribuente avesse effettivamente fissato in Spagna la propria dimora abituale.
Lo afferma la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11620, depositata ieri.

Nel caso di specie, una contribuente, dopo essersi trasferita all’estero (in Spagna, nelle isole Canarie), si vedeva richiedere dall’Amministrazione fiscale italiana le imposte sui redditi in qualità di soggetto residente in Italia. La contribuente presentava ricorso e usciva vittoriosa di fronte sia alla Commissione provinciale che regionale, sostenendo di essere ormai da tempo residente in Spagna.
La Corte di Cassazione accoglie, invece, il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, rinviando la causa alla Commissione regionale, in diversa composizione.

Nel caso di specie, infatti, la Commissione tributaria regionale aveva ritenuto di poter escludere la residenza fiscale in Italia della contribuente trasferita in Spagna e iscritta all’AIRE, sulla sola base della prova del fatto che essa avesse, effettivamente, fissato la propria dimora per lungo tempo in un immobile in Spagna.
La Cassazione rileva, tuttavia, che tale elemento non risulta sufficiente a escludere la residenza fiscale in Italia.

La Corte ricorda, in primo luogo, che l’art. 2 del TUIR individua tre criteri per l’individuazione della residenza fiscale in Italia, tra loro alternativi, sicché anche uno solo di essi è sufficiente a rinvenire la residenza fiscale in Italia: si tratta di un criterio formale, costituito dall’iscrizione anagrafica e due criteri di fatto, costituiti dalla residenza o dal domicilio in Italia ai sensi dell’art. 43 c.c.
Pertanto, il solo dato della cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente non è, da solo, sufficiente a escludere la residenza in Italia ove il soggetto abbia mantenuto nel Paese il domicilio o la residenza.

Il legislatore – spiega, infatti, la Cassazione – ha scelto di ancorare l’imposizione reddituale all’esistenza di un “collegamento fisico tra il contribuente e il territorio dello Stato, che non si esaurisce nella localizzazione in Italia della sola residenza anagrafica ma investe anche la prova del domicilio che, stante il rinvio recettizio contenuto nell’art. 2, comma 2, TUIR, va qualificato secondo la disciplina di diritto comune come sede principale di affari e interessi della persona fisica”.

Inoltre, l’art. 2 del TUIR richiede l’accertamento delle tre condizioni di cui sopra per “la maggior parte del periodo di imposta”, di modo che anche in caso di “cancellazione dal registro dell’anagrafe residente e della fissazione della residenza anagrafica all’estero, un contribuente rimane fiscalmente residente in Italia ove risulti accertato che egli abbia mantenuto in Italia il proprio domicilio civilistico (art. 43 c.c.), inteso come luogo dove una persona ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi, prescindendosi dall’effettiva residenza in quel luogo, a condizione che ciò venga accertato in relazione alla maggior parte del periodo di imposta in questione” (cfr. Cass. n. 21694/2020).

Infine, aggiungono i giudici di legittimità, secondo la più recente evoluzione giurisprudenziale, l’individuazione del domicilio deve essere riconoscibile a terzi per poter assumere rilevanza e tale riconoscibilità deve essere individuata in relazione alla gestione degli interessi e degli affari economico-patrimoniali, prioritariamente rispetto al luogo delle relazioni affettive e familiari (Cass. n. 32992/2018). Il domicilio, quindi, per ancorare la residenza fiscale, non solo deve prolungarsi per la maggior parte del periodo di imposta, ed essere riconoscibile dai terzi, ma tale riconoscibilità deve essere agganciata prioritariamente agli interessi economico-patrimoniali del contribuente.

Alla luce di tali principi, la Cassazione conclude che, nel caso di specie, i giudici di merito non hanno operato correttamente, non avendo verificato se la contribuente, a prescindere dalla fissazione della residenza in Spagna, avesse mantenuto in Italia il proprio domicilio, riconoscibile a terzi, da intendersi quale luogo stabile di gestione, per la maggior parte del periodo di imposta, dei propri affari e interessi.

In questo contesto, la Corte avrebbe dovuto allora esaminare e valutare anche gli elementi di prova, portati dall’Agenzia delle Entrate, vertenti sulla presenza fisica in Italia della contribuente, nonché sulle cariche ricoperte da essa in enti collettivi o morali in Italia, nonché “le dichiarazioni rese dalla contribuente in un atto di compravendita dello stesso anno circa la propria residenza in Italia e l’apertura di conti correnti in Italia”.

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