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Sabato, 31 gennaio 2026 - Aggiornato alle 6.00

ECONOMIA & SOCIETÀ

Un euro forte fa crescere le probabilità di un taglio Bce

Donald Trump ha annunciato ieri che il successore di Powell alla Fed sarà Kevin Warsh

/ Stefano PIGNATELLI

Sabato, 31 gennaio 2026

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La Fed ha lasciato invariati i tassi d’interesse nella fascia 3,50%-3,75%, come ampiamente previsto, osservando che l’inflazione resta elevata e che il mercato del lavoro continua a stabilizzarsi (segui tassi e valute su www.aritma.eu).

Nella conferenza stampa successiva al comunicato, Powell ha adottato toni restrittivi/neutrali. Sottolineando l’ampio sostegno alla decisione tra i policymaker, il banchiere centrale ha detto che la Fed resta “ben posizionata” per valutare se e quando sarà necessario un ulteriore allentamento. I mercati escludono un taglio ad aprile e lo ipotizzano (tassi Future Fed Fund) con una probabilità del 60% a giugno, quando l’istituto sarà in mano al successore di Powell, che secondo quanto dichiarato ieri da Donald Trump sarà Kevin Warsh, ex funzionario della Fed stessa.

I tassi americani a lungo termine sono saliti dopo la Fed soprattutto per le preoccupazioni espresse da Powell riguardo alla sostenibilità dell’andamento del debito pubblico nel medio lungo periodo. Dopo l’indicazione di Warsh come successore di Powell i rendimenti americani si increspano ulteriormente. Il Bond Usa 10 anni è salito di circa 3 centesimi in settimana passando dal 4,24% al 4,27% (prima della riunione Fed aveva toccato un minimo a 4,21%).

Non è certamente un buon segno per i treasury soprattutto se si considera che i tassi eurozona si sono mossi in senso opposto con ribassi di circa 5 centesimi. Il Bund 10 è al 2,84% (-5), l’Irs 10 al 2,87% (-4), il Btp 10 al 3,45% (-6).

A spiegare il calo dei tassi europei in settimana è il balzo dell’euro sul dollaro con l’eurousd passato da 1,175 ad un massimo di 1,20. Un euro forte ha il “difetto” di far scendere l’inflazione, forse più di quanto la Bce desideri. Nel 2025 il calo della cpi (consumer price index) è stato determinato, almeno in parte (si calcola circa lo 0,2%-0,3%) dal rialzo dell’eurousd; in quel frangente fu un ottimo alleato visto che la Bce era impegnata a riportare al target del 2% l’inflazione, compito perfettamente centrato. Nel 2026 un euro troppo forte potrebbe invece rappresentare un “nemico” facendo scendere l’inflazione più di quanto la banca centrale desideri. Francoforte non ha alcun obiettivo sui cambi fin tanto che non produce possibili conseguenze sull’inflazione.

L’ultimo aggiornamento di dicembre rilasciato in occasione della riunione del comitato esecutivo, ipotizza la cpi 2026 all’1,9% con un rientro sotto il target nella prima parte dell’anno e una successiva stabilizzazione. Da parte nostra pensiamo che effettivamente la cpi rallenti significativamente in primavera per via di effetti base sull’energia (a meno che le recentissime tensioni sull’Iran non producano un rialzo molto sostenuto del greggio) con obiettivi all’1,6%-1,5% e con un dato medio 2026 che possa attestarsi all’1,7%-1,8% cioè inferiore a quanto stimato dalla Bce.

Il rialzo dell’eurousd a 1,20 ha condotto i mercati ad aumentare lievemente le scommesse su un taglio dei tassi da parte di Francoforte, o meglio a far rientrare le scommesse su un rialzo. Questo lo si riscontra nel calo di oltre 5 centesimi del tasso Future Euribor 3 mesi per dicembre (2,02% attuale ed era a 2,15% a inizio gennaio). Siamo entrati in una fase in cui, vuoi per l’euro forte, vuoi per l’incertezza delle prospettive, potrebbero aumentare le probabilità di un allentamento Bce. Per ora condividiamo l’attuale previsione espressa dai mercati attraverso i Future Euribor 3 mesi e i tassi Ois prospettici, che indicano una banca centrale ferma, ma non escludiamo momentanei ripensamenti nei prossimi mesi quando si vedrà il dato dell’inflazione tendenziale scendere ben sotto l’attuale 1,9% (dato di dicembre).

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