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Martedì, 18 agosto 2026 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Parole al vento

Martedì, 18 agosto 2026

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Gentile Redazione,
esiste una sottile tirannia nel modo in cui le istituzioni scelgono le parole. Ci abituiamo a tal punto a certe locuzioni da smettere di analizzarle, interiorizzandole come verità assolute. Eppure, grattando la superficie di questo lessico burocratico e politico, emerge un’intollerabile ipocrisia: il linguaggio viene piegato per colpevolizzare il cittadino o l’impresa, assolvendo lo Stato dalle proprie inefficienze o giustificando le sue pretese.
Ecco una riflessione su come quattro esempi della “neolingua” istituzionale ribaltino la realtà dei fatti.

Il primo è il paradosso dell’“Abuso di diritto”.
In uno Stato di diritto, le regole del gioco sono scritte dal legislatore. Il cittadino e l’imprenditore non hanno il potere di determinare il perimetro della norma, ma solo il dovere (e il diritto) di muoversi al suo interno. Eppure, se un contribuente si muove con troppa efficienza, pur restando nel recinto del lecito, ecco palesarsi l’accusa di “abuso di diritto”.
È un ossimoro logico come è stato già osservato: se un’azione è un diritto, esercitarla non può costituire un abuso. Se un vuoto normativo permette un vantaggio legittimo, la colpa è di chi ha scritto male la legge, non di chi si è limitato ad applicarla a proprio favore. Con questa locuzione, lo Stato maschera la propria incapacità di legiferare in modo chiaro, scaricando l’onere e la colpa su chi subisce le regole.

Il secondo esempio è la morale cattolica del “Ravvedimento operoso”.
In tutto il resto del mondo, accorgersi di non aver pagato una tassa e rimediare si chiama, banalmente, “adempimento tardivo” o “late payment”. È un fatto tecnico e amministrativo, il più delle volte generato da una dimenticanza, da un errore o dalla mancata comprensione di una giungla normativa inestricabile. In Italia, invece, il Fisco indossa l’abito del confessore. Non basta pagare il dovuto con gli interessi e le sanzioni; il cittadino deve compiere un “ravvedimento operoso”. Si utilizza infatti un termine intriso di moralismo religioso, quasi si dovesse espiare un peccato capitale, quando si tratta semplicemente di sanare un errore materiale all’interno di un sistema fiscale che per primo è colpevole di non essere né semplice né chiaro.

Il terzo è lo stigma sulle “Società di comodo”.
Il nostro Codice civile prevede specifiche forme societarie, senza imporre limiti aprioristici o morali al loro utilizzo, purché avvenga nel rispetto della legge. Una società può nascere per produrre beni, ma anche per la gestione statica di un patrimonio o di un immobile.
Tuttavia, il termine “società di comodo” introduce un giudizio di valore negativo, un’ombra di elusività e di parassitismo su uno strumento perfettamente legale. Come può essere “di comodo” – nell’accezione spregiativa usata dal legislatore – qualcosa che ottempera esattamente alle norme previste dal diritto societario? L’ipocrisia sta nello stigmatizzare un veicolo giuridico creato dallo Stato stesso, solo perché non produce il gettito fiscale che l’Erario, arbitrariamente, si aspetterebbe.

Vi è infine la demonizzazione del successo: gli “Extraprofitti”.
In un’economia di mercato, l’obiettivo di un’impresa è generare valore, gestire il rischio e prosperare. Ma ecco che la politica, ciclicamente, tira fuori dal cilindro la locuzione “extraprofitti”. Chi e quando stabilisce la soglia esatta oltre la quale un profitto diventa “extra” e, per sottinteso, “ingiusto”? Questa espressione ignora una regola economica basilare: sono i bilanci in salute, i risultati confortanti e gli utili a generare i capitali necessari per fare nuovi investimenti, assumere personale e far crescere il Pil del Paese. Etichettare un profitto come “extra” è l’alibi semantico perfetto per giustificare prelievi fiscali estemporanei e punitivi, trasformando l’efficienza e il successo aziendale in una colpa da punire invece che in una risorsa da valorizzare.

In sintesi, le parole sono importanti. Smascherare queste locuzioni significa rifiutare un rapporto di sudditanza in cui lo Stato ha sempre ragione e il cittadino è sempre in difetto, in malafede o “troppo ricco”.
Chiamare finalmente le cose con il loro vero nome — lacune legislative, ritardi nei pagamenti, veicoli patrimoniali e utili d’impresa — è il primo passo per pretendere un sistema più equo e trasparente.


Claudio Siciliotti
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Udine


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