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Giovedì, 19 maggio 2022 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Ecco, ci risiamo: la colpa è del commercialista

Giovedì, 27 gennaio 2022

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Gentile Redazione, 
non tutti sanno che la definizione ormai comune di scaricabarile deriva da un gioco da ragazzi consistente nel porsi schiena contro schiena e, tenendosi con le braccia incrociate e piegate, alzarsi a vicenda più volte. Per metafora ormai chi gioca allo scaricabarile è chi cerca di ributtare le colpe su qualcun altro.
Ecco, ci risiamo. Ogni volta che si parla di Fisco, a chi tocca il “barile” di colpe? Al commercialista. Perché il commercialista non poteva non sapere, perché è sicuramente colluso, perché addirittura è stato colui che – senza nemmeno dirlo al cliente – ha inventato l’elusione o addirittura l’evasione.

Questo modo di pensare (assolutamente errato, inutile pure sottolinearlo) trova pericolosamente ulteriore “conforto” anche nell’orientamento della Suprema Corte (da ultima, la sentenza n. 156/2022) di fronte alle ipotesi di reato tributario in tema di tenuta della contabilità e di deposito delle scritture contabili. Per riassumere, il pensiero dei giudici di legittimità è il seguente: dove c’è frode c’è necessariamente di mezzo il commercialista. Come dicevamo, un luogo comune oramai difficile di scardinare, non più solo nella credenza popolare, ma, purtroppo, sempre più anche nelle stanze dei bottoni e nelle aule giudiziarie; tutto ciò nonostante gli innumerevoli esempi virtuosi che continuano a essere, ahinoi, oscurati da quei pochi, pochissimi comportamenti fraudolenti, che spesso si scopre, fra l’altro, essere di non iscritti all’albo.

Nella generalità dei casi, il commercialista ha un ruolo chiave e centrale, figura di riferimento, garanzia di correttezza e legalità sia per i clienti che per lo Stato. È evidente che laddove il professionista sia connivente di fronte a una frode debba e dovrà essere giudicato nelle sedi opportune, ma ciò è ben diverso dal caricare il commercialista di una responsabilità di indagine su non manifeste finalità dolose del cliente che va spesso al di fuori delle proprie competenze e che sta diventando sempre più il modus operandi della giurisprudenza, del legislatore e, a volte, anche dell’Amministrazione finanziaria.

In questa cornice si innesta il nuovo ulteriore giro di vite che il decreto “Sostegni-ter” dovrebbe dare alla cessione dei bonus fiscali: da superbonus 110% e crediti edilizi, ai tax credit affitti, e quelli per la sanificazione dei luoghi di lavoro. Stando alle bozze, si vuole bloccare la cessione multipla di questi crediti d’imposta, prevedendo, invece, la possibilità di una sola cessione da parte dell’impresa agli intermediari finanziari. Giusto l’obiettivo di contrastare le frodi, ma questi continui cambiamenti in corsa e innumerevoli vincoli finiranno per bloccare il mercato, creando inefficienze e un numero incalcolabile di contenziosi.

Il risultato sarà solo un’irrimediabile sconfitta per tutti: contribuenti, imprese, istituzioni e professionisti. Se, invece, a partire dalla stesura della norma fossero stati coinvolti i commercialisti, non si sarebbe certamente giunti a questo punto e si sarebbe potuti arrivare a un compromesso in grado di rispettare e dare un ruolo a quella centralità del professionista dovuta alla corretta fiducia riposta nelle sue capacità professionali e morali.

A questo punto siamo noi a chiedercelo.
Di chi è la colpa di tutto ciò? Ahimè in questo caso dobbiamo rispondere la stessa cosa di altri: del commercialista. Ma, attenzione, non di quello genericamente “attaccato” e accusato da molti, ma del “commercialista” che, fino a oggi, ha avuto in mano le redini della nostra professione. Del “commercialista” che ha causato un vuoto istituzionale dovuto alla lotta intestina che sta bloccando le elezioni da un anno e mezzo a questa parte. Del “commercialista” che ha dimostrato spesso e volentieri di non avere alcun interesse a tutelare una categoria, in particolare quella dei giovani commercialisti, che sta perdendo giorno dopo giorno appeal e certezze. Del “commercialista” che ha passivamente permesso a chiunque di trattare la nostra categoria come l’ultima ruota del carro istituzionale.

E allora forse – lo diciamo a bassa voce – non serve più nemmeno un “commercialista” che ci porti fuori da questa impasse. Forse serve altro. Siamo stati addirittura capaci di trasformare un mandato tecnico da parte del Ministero in un mandato politico.

Quindi non ci resta che sperare che a portarci fuori definitivamente da questo “pantano” elettorale ci sia chi abbia visione e competenze, provocatoriamente diciamo addirittura un ex notaio, un ex avvocato o un ex geometra. Chiunque possa permettere a questa categoria di non perdersi in altre battaglie figlie di anni di fraintendimenti senza dare luogo a nuovi ricorsi. Qualcuno che abbia un solo obiettivo: modificare con senno il 139.
Per essere certi che tutto questo non accada mai più.

È giunta l’ora che la categoria si affidi a chi davvero vuole migliorare, far evolvere, di certo cambiare in meglio il lavoro quotidiano di noi professionisti.
Altrimenti... hanno e avranno sempre ragione loro. E tra qualche mese saremo ancora qui a lamentarci e a ricominciare con ... “ecco ci risiamo... la colpa è del commercialista”.


Matteo De Lise
Presidente UNGDCEC

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