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LETTERE

Nelle statistiche dei redditi di lavoro dipendente entrano i redditi assimilati

Giovedì, 23 marzo 2023

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Gentile Redazione,
come già osservato da Enrico Zanetti (si veda “Da redditi di lavoro dipendente e pensione poco più del 31% delle entrate tributarie” del 18 marzo), le associazioni sindacali seguitano a rivendicare, anche con toni offensivi, la “paternità quasi esclusiva” delle entrate tributarie come di origine dei lavoratori dipendenti, alludendo anche esplicitamente al dato incontrovertibile per cui “gli altri sono tutti evasori”.

Ma oltre a quanto già contestato nell’articolo, per cui il 31% (e non “la maggior parte”) delle entrate tributarie è ascrivibile alla categoria dei dipendenti, farei constatare loro due ulteriori osservazioni:
- la prima è che ascrivere ai meriti dei loro assistiti tutti i redditi dei pensionati è fuorviante: anche gli autonomi vanno in pensione;
- la seconda è che nelle statistiche dei redditi di lavoro dipendente confluiscono anche i redditiassimilati” a quelli di lavoro dipendente, che comprendono i compensi di amministratore di società di capitali, nonché la categoria degli autonomi co.co.co, i gettoni di presenza e altre forme reddituali diverse da quella di lavoro dipendente.

Ebbene, può apparire un paradosso a chi non conosce la materia, ma è notorio fra gli addetti ai lavori, che gli imprenditori, specie quelli più strutturati e di successo, ricevono la loro remunerazione sia come dividendi/capital gain (redditi tassati alla fonte, che a loro volta sottendono una ulteriore tassazione a livello societario sotto la denominazione “IRES” e “IRAP”), sia come emolumenti da amministratore. Spesso e volentieri di consistenza significativa, e mediamente più elevata di quella media dei dipendenti. Anzi, si contesta come sospetto il caso in cui l’amministratore percepisca un compenso più basso del dipendente.

Ecco quindi che il reddito degli imprenditori finisce per alimentare la categoria statistica dei redditi da lavoro dipendente, sovrastimandone l’impatto sull’Erario due volte: una perché il reddito dichiarato della categoria effettiva dei dipendenti appare più elevato di quello vero, l’altra perché non risulta allocato alla categoria degli imprenditori.

Il che potrebbe modificare, e non di poco, il peso statistico della componente “dipendenti” rispetto a quella degli autonomi.

Sarebbe utile che il MEF – che sicuramente conosce un dato più vicino alla realtà – pubblicasse statistiche più precise sul gettito da reddito di lavoro delle persone fisiche, suddividendolo tra le seguenti categorie:
- reddito di lavoro dipendente;
- reddito di pensione formato da contributi di lavoro dipendente;
- reddito di pensione formato da contributi di lavoro autonomo;
- reddito assimilato a quello dipendente ma in realtà autonomo (amministratore, co.co.co et similia art. 50 lett. c-bis, e, f, h del TUIR);
- redditi d’impresa e di partecipazione;
- redditi di lavoro autonomo e di partecipazione.

Il tutto raffrontato con la popolazione per teste di ciascuna categoria, pesata per tener conto delle attività svolte non a titolo esclusivo.
Solo con questi dati è possibile fare questo esercizio – per quanto sterile – in modo corretto.


Giampiero Guarnerio
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano

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