Tassi europei poco coinvolti dalle tensioni sui governativi americani
In Europa l’inflazione è sotto controllo, la crescita è più alta del previsto mentre l’attività delle imprese della zona euro si è espansa più lentamente
Le minacce di dazi da parte americana legate alle pretese sulla Groenlandia hanno condotto nella prima parte della settimana a un rapido rialzo dei rendimenti dei Treasury a lungo termine; il decennale è salito al 4,30%, un rialzo di 8 centesimi rispetto a lunedì scorso, un rialzo di circa 20 centesimi da inizio anno (segui tassi e valute su www.aritma.eu). Il dietrofront degli Usa sui dazi ha permesso al decennale di chiudere con una variazione minima (4,23%). Sale l’oro e le borse si avviano a chiudere la settimana in negativo.
Fa parte del modus operandi dell’amministrazione americana alzare il tiro ma questa volta il bluff era decisamente prevedibile e dunque la risposta europea è stata forte. Infatti le prospettive di dazi creano aspettative di inflazione al rialzo ancor più con un dollaro che va indebolendosi. Questo è un gran problema per gli Usa e soprattutto per Trump che non potrà invocare tagli dei tassi, a meno che riesca a “conquistare” la Fed. Con la manovra fiscale espansiva Usa peggiorano i conti pubblici rendendo ancor più problematica la copertura delle nuove emissioni.
Le vendite di Treasury si sono poi chetate ma il “Sell America” è tornato ad essere un tema sui mercati. La prima ondata del “Sell America”, nell’aprile scorso, fu riassorbita in alcune settimane. Questa volta è avvenuto ancora prima, in un paio di sedute. Le vendite di Treasuries non hanno avuto conseguenze significative. La Cina nell’aprile scorso cavalcò la psicosi del Sell America e vendette piccole quantità di Treasuries per mandare un segnale. L’Europa sa però che, se facesse altrettanto, le verrebbero immediatamente revocate le linee swap con cui l’America garantisce ai suoi alleati la fornitura di dollari in caso di crisi. Ipotizzare che i rendimenti Usa salgano per una disaffezione appare poco credibile; un rialzo sui titoli a lungo potrebbe giungere in caso di battaglia sull’indipendenza della Fed, sul mancato rientro dell’inflazione e sulla sostenibilità dei conti pubblici. Pensare ad importanti e massicce dismissioni di treasury non appare un’opzione contemplabile. Riposizionamenti parziali e graduali sono più plausibili: in parte ciò è avvenuto negli ultimi due anni con l’oro che ha sostituito il dollaro come asset di riserva valutaria senza che provocasse effetti traumatici.
Resta dunque confermato che la geopolitica sta avendo un impatto contenuto sui mercati finanziari ed anzi per assurdo mantenere alte le tensioni favorisce politiche economiche espansive che se un tempo erano esclusivamente volte a produrre armamenti, oggi devono produrre anche e soprattutto intelligenza artificiale. In un contesto del genere è difficile ipotizzare fasi recessive o di stagnazione. Se questo fosse lo scenario (politiche fiscali espansive) sarebbe un freno al calo dei rendimenti governativi se non un fattore di potenziale rialzo. Quanto successo in queste settimane in Giappone è emblematico: l’annuncio di manovre fiscali espansive con aumento della spesa per armamenti ha fatto schizzare il rendimento dei bond del Sol Levante ai massimi assoluti.
Questo è lo scenario su cui ci si muoverà nel 2026 e che bisogna tenere a mente. Su di esso si inseriscono i dati macro su crescita, prezzi e commercio.
Da inizio anno il rendimento dei Bond 10 anni Usa è salito di 15 centesimi, quello sul Bund 10 di soli 4 cent. con il Btp stabile.
Il rialzo maggiore dei tassi Usa trova giustificazione anche nei dati sull’inflazione che resta alta (cpi novembre 2,7%) e in quelli sulla crescita rivista al rialzo ieri quella relativa al terzo trimestre (4,4% annualizzato). Sono cambiate le aspettative sui tagli Fed: restano sempre due sul tavolo ma nella seconda parte dell’anno mentre ad inizio anno erano ipotizzati (tassi Future) a marzo e giugno (mercoledì prossimo riunione Fed).
In Europa l’inflazione è sotto controllo (1,9% dicembre da 2% della stima flash), la crescita è più alta del previsto in particolare in Germania (indici di fiducia Zew e Pmi) mentre a livello comunitario l’indice Pmi appena comunicato mostra che l’attività delle imprese della zona euro si è espansa più lentamente del previsto questo mese, poiché la crescita più debole del settore dominante dei servizi non è stata compensata dal settore manifatturiero mentre le pressioni sui prezzi sono aumentate.
Nell’entrante settimana – oltre alla Fed – indici di fiducia sui consumatori americani, stima del Pil Ue e fiducia degli imprenditori tedeschi.
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