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Lunedì, 30 marzo 2020 - Aggiornato alle 6.00

PROFESSIONI

Il DPCM prevale sulle Ordinanze delle Regioni

Le chiusure degli studi professionali disposte dalle ordinanze dei presidenti di Regione risultano superate

/ Rocco TODERO

Lunedì, 23 marzo 2020

L’adozione nella serata di ieri dell’ultimo DPCM in materia di misure di contenimento dell’emergenza COVID-19, ripropone alcuni interrogativi in ordine ai rapporti che intercorrono fra le disposizioni assunte dal Capo del Governo e le ordinanze dei Presidenti di Regione e all’esatta individuazione dei criteri di risoluzione di possibili antinomie fra le due citate fonti del diritto.

Vi sono fondate ragioni per sostenere la prevalenza del DPCM sulle ordinanze dei Presidenti di Regione e la cedevolezza di queste ultime ogniqualvolta si pongano in contrasto con le disposizioni emanate dal Capo dell’Esecutivo.
Innanzitutto, occorre prendere le mosse dalle disposizioni del DL n. 6/2020 (convertito in legge n. 13 del 5 marzo 2020) che disciplina le modalità attraverso le quali il Parlamento nazionale ha deciso di affrontare la crisi propagatasi a seguito della diffusione dell’epidemia da Coronavirus.
Il Legislatore nazionale ha deciso d’investire le “autorità competenti” della responsabilità di “adottare ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica”.
Il Parlamento, allo stesso tempo, ha individuato le fonti di disciplina di contrasto al Coronavirus (e quindi anche le autorità competenti a intervenire) in uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, nelle ordinanze del Ministro della Salute e nelle ordinanze dei Presidenti delle Giunte regionali.

Il secondo comma dell’articolo 3 del DL n. 6/2020 si è fatto carico, molto opportunamente, di disciplinare i rapporti fra le predette fonti e ha stabilito che il Ministro della Salute e i Presidenti di Regione possono emanare ordinanze solo nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri e nei casi di estrema necessità ed urgenza.
Appare ragionevole ritenere, pertanto, come il Legislatore abbia voluto definire, per l’occasione, un rapporto dinamico e mobile, in dipendenza dell’evolversi della situazione epidemiologica, fra il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri e le ordinanze regionali (ma anche le ordinanze del Ministro della salute).

Una condizione di estrema necessità e urgenza può legittimare i Presidenti di Regione a emanare ordinanze con le quali si adottano le misure di contrasto al Coronavirus indicate nell’articolo 1 del decreto legge, ma il sopraggiungere del DPCM dovrebbe determinare, per espressa disposizione di legge (art. 3, comma 2 del più volte citato DL 6/2020), la cedevolezza delle ordinanze regionali e la prevalenza delle disposizioni assunte dal Capo del Governo.
Naturalmente la preminenza del DPCM dovrà registrarsi con esclusivo riferimento alle medesime fattispecie disciplinate dalle ordinanze regionali che vengono a recedere, ferma restando l’efficacia di queste ultime per tutti i profili non disciplinati da alcun provvedimento del Presidente del Consiglio e impregiudicata la necessità che i Presidenti di Regione dimostrino la estrema necessità e urgenza di disciplinare oltre ciò che è stato già normato con il DPCM e in ragione del mutare del quadro epidemiologico.

Dalla lettura delle disposizioni del decreto legge, in altre parole, sembrerebbe emergere la possibilità che i decreti del Presidente del Consiglio e le ordinanze del Presidenti di Regione possano susseguirsi gli uni alle altre (e viceversa) per fare fronte all’evolversi della situazione epidemiologica, ma tuttavia il DPCM avrebbe un’indubbia valenza gerarchica rispetto ai provvedimenti assunti in virtù dell’articolo 32 della L. n. 833/1978, norma questa ultima che autorizza le regioni ad intervenire solo per emergenze di carattere locale.

Se si volesse fare un esempio, si potrebbe affermare che la chiusura degli studi professionali disposta dalle ordinanze dei Presidenti delle Regioni Lombardia e Piemonte del 21 marzo è stata efficace per pochissime ore, fintanto che il DPCM del giorno seguente ha stabilito che “Le attività professionali non sono sospese”.
L’assetto dei rapporti fra il DPCM e le ordinanze regionali prefigurato dal DL n. 6/2020 appare radicato su un approccio in larga parte condivisibile. In primo luogo, perché fa leva sulla necessità di assicurare un livello di profilassi uniforme e, conseguentemente, un medesimo standard di tutela della salute per tutti gli individui residenti all’interno del territorio nazionale.

La prevalenza del DPCM, inoltre, assicurerebbe, seppur nell’ambito di un contesto già caratterizzato dalla eccezionalità degli strumenti utilizzati in deroga alla riserva di legge, un adeguato e uniforme livello di tutela anche delle libertà e dei diritti civili che, inevitabilmente, vengono intaccati direttamente dall’adozione delle misure di contenimento del Coronavirus.
Si eviterebbe, in altre parole, di lasciare nella disponibilità dei Presidenti di Regione la misura dell’estensione della libertà di movimento e di circolazione, ad esempio, se non nello stretto limite di un intervento resosi necessario per il deterioramento di un quadro epidemiologico già disciplinato per mezzo del DPCM.

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