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Martedì, 24 novembre 2020 - Aggiornato alle 6.00

IMPRESA

Criterio dei netti patrimoniali da «correggere»

Occorre fare attenzione alle poste incompatibili con l’assenza di continuità aziendale e ai costi comunque da sostenere

/ Maurizio MEOLI

Sabato, 31 ottobre 2020

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Il Tribunale di Milano, nella sentenza n. 6992/2019, solo recentemente edita, si è soffermato su importanti profili attinenti alla responsabilità degli amministratori per indebita prosecuzione dell’attività sociale, stante la perdita del capitale sociale, e alla correlata problematica della determinazione dei danni cagionati alla società (normalmente pretesi dal successivo fallimento).

Si tratta di una responsabilità che coinvolge non solo gli amministratori di diritto (e i componenti degli organi di controllo), ma anche i gestori di fatto della società, ovvero le persone che, benché prive della corrispondente investitura formale, impartiscono direttive e condizionano le scelte operative, ove tale ingerenza non si esaurisca nel compimento di atti eterogenei e occasionali, ma presenti i caratteri di sistematicità e completezza, esplicandosi in poteri analoghi, se non addirittura superiori, a quelli spettanti agli amministratori di diritto.
Devono, dunque, ritenersi responsabili del pregiudizio arrecato al patrimonio sociale dalla indebita prosecuzione dell’attività d’impresa anche coloro che, dopo la cessazione delle cariche amministrative ricoperte, abbiano proseguito di fatto nella gestione della società sino al fallimento.

A fronte del collasso delle vendite e del valore della produzione contabilmente emerso in chiusura d’anno, evidenzia la decisione in commento, gli amministratori, essendo tenuti a monitorare gli effetti della perdita sul patrimonio in vista della predisposizione del bilancio e dell’adozione di misure di contrasto, fin dai primi mesi dell’anno successivo dovrebbero adottare i conseguenti provvedimenti ex art. 2482-ter c.c. o sciogliere la società ex art. 2484 comma 1 n. 4 c.c.

Dalla violazione della regola di condotta che impone agli amministratori, in presenza di una causa di scioglimento, di proseguire nella gestione “ai soli fini della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale” (art. 2486 comma 1 c.c.), consegue l’utilizzabilità del metodo della differenza dei netti patrimoniali: criterio presuntivo di liquidazione equitativa del danno oggi inserito nel nuovo comma 3 dell’art. 2486 c.c., ai sensi del quale, “quando è accertata la responsabilità degli amministratori a norma del presente articolo, e salva la prova di un diverso ammontare, il danno risarcibile si presume pari alla differenza tra il patrimonio netto alla data in cui l’amministratore è cessato dalla carica o, in caso di apertura di una procedura concorsuale, alla data di apertura di tale procedura e il patrimonio netto determinato alla data in cui si è verificata una causa di scioglimento di cui all’articolo 2484, detratti i costi sostenuti e da sostenere, secondo un criterio di normalità, dopo il verificarsi della causa di scioglimento e fino al compimento della liquidazione”.

Rispetto a tale criterio, i giudici milanesi osservano come, ove emerga una situazione di coerenza tra i valori esposti nell’istanza di fallimento (che, nella specie, recava, in via confessoria, la situazione patrimoniale della società) e i bilanci di verifica estratti dalla contabilità generale rinvenuta in azienda al momento del fallimento, c.d. “bilanci di contabilità”, anche questi possono costituire un valido riferimento, per l’incaricato CTU, nella determinazione del danno derivante dall’indebita prosecuzione dell’attività sociale.

Quest’ultimo, nel caso in esame, era stato incaricato di determinare tale danno alternativamente, nella perdita operativa netta generata dalle operazioni non conservative compiute sino alla data del fallimento, ove possibile, oppure utilizzando criteri di natura presuntiva, quali, in particolare, la differenza – in totale e per ogni singolo esercizio – fra il patrimonio netto contabile alla data in cui l’organo amministrativo avrebbe dovuto, secondo la diligenza professionale, avvedersi della perdita e – previo il tempo tecnico necessario per gli adempimenti di cui all’art. 2482-ter c.c. – provvedere di conseguenza, e quello risultante dalle situazioni patrimoniali di cui sopra, rettificando tale differenza sulla base delle eventuali plusvalenze, anche latenti, e degli elementi di segno negativo che avrebbero dovuto comunque essere contabilizzati anche in caso di tempestiva messa in liquidazione della società.

Vale a dire che, ai fini dell’utilizzo del criterio dei netti patrimoniali occorre opportunamente emendare le situazioni patrimoniali di raffronto sia dalle poste incompatibili con una riclassificazione in chiave di non continuità aziendale che dai costi che avrebbero dovuto essere comunque sostenuti anche in caso di tempestiva messa in liquidazione.
In particolare, nella specie, si procedeva a: svalutare i crediti a bilancio di un importo pari alla differenza fra il loro importo nominale e quello realizzato dalla procedura; rettificare in positivo il valore di impianti e macchinari alla luce del maggiore realizzo da parte del fallimento rispetto al valore contabile; aumentare il patrimonio contabile della plusvalenza realizzata dal fallimento, rispetto al valore di libro, con la vendita di un immobile; espungere i risconti attivi e i costi che si sarebbero comunque sostenuti anche ponendo la società in liquidazione (non considerando più gli ammortamenti ma solo gli oneri diversi di gestione e i componenti straordinari di reddito).

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