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Martedì, 26 gennaio 2021 - Aggiornato alle 6.00

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Escheri: «È il momento di iniziare a parlare di idee»

Per il Presidente dell’ODCEC di Palermo lo stallo elettorale, pur «doloroso», offre l’opportunità di iniziare a fare una vera campagna elettorale

/ Savino GALLO

Mercoledì, 13 gennaio 2021

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Modificare rapidamente il DLgs. 139/2005 per superare l’impasse elettorale. Nel corso dell’assemblea straordinaria che si è tenuta lunedì pomeriggio, il Presidente del CNDCEC, Massimo Miani, ha tracciato il percorso che, nelle sue intenzioni, dovrebbe consentire di risolvere in tempi brevi lo stallo. Le modifiche dovrebbero riguardare tre punti (quote di genere, attività degli Ordini in regime di prorogatio, specializzazioni) e verranno messe nero su bianco dal Consiglio nazionale in un documento che poi verrà sottoposto all’approvazione di tutti gli Ordini territoriali. Fatto questo passaggio, e proprio in forza del sostegno di tutti, ci si presenterà al Ministero della Giustizia chiedendo di modificare il 139 e procedere con le nuove elezioni, senza aspettare l’esito delle vicende giudiziarie.

Di questo scenario Eutekne.info ha parlato con il Presidente dell’ODCEC di Palermo, Fabrizio Escheri, convinto che l’unità interna debba essere un mantra a cui affidarsi non solo per superare l’attuale stallo, ma anche in vista della futura governance di categoria.

Presidente, una compattezza che, per quanto invocata, al momento sembra ancora lontana, o no?
“Il Presidente Miani ha sottolineato che la situazione in cui ci troviamo oggi è frutto di un malcostume, non esclusivo della categoria, per cui chi dissente, anche se rappresenta una sparuta minoranza, anziché accettare le decisioni della maggioranza, interviene tentando di modificare per vie traverse le scelte assunte. Questo è accaduto nella vicenda relativa all’emendamento Conzatti, dove c’è stato un intervento esterno al Consiglio nazionale, ma interno alla categoria, che ha portato a quelle che apparentemente potevano sembrare piccole modifiche rispetto alla versione originaria dell’emendamento (la non applicazione delle quote di genere alle elezioni in corso, ndr) ma che, a detta dei legali, hanno fatto crollare la tenuta del percorso individuato. Tale intervento ci ha esposto a una situazione in cui siamo tutti in prorogatio, con il rischio di poter operare solo nell’ordinaria amministrazione o di vederci commissariati”.

A chi si riferiva Miani?
“Non sono stati fatti i nomi, ma ha rivolto un invito ai diretti interessati di assumersi le proprie responsabilità, cosa che nel corso della riunione non è avvenuta. Mi ha colpito, però, il fatto che non ci siano state se non un paio di voci dissenzienti. Ovviamente, poi dovremo vedere cosa conterrà il documento, ma l’idea di questo percorso mi pare sia stata condivisa da tutti”.

Anche lei è tra questi?
“Io condivido pienamente. Sulle quote di genere, ad esempio, ho sempre ritenuto che l’apporto delle colleghe fosse fondamentale. E sebbene, in astratto, sia contrario all’individuazione di un obbligo normativo, mi rendo che la cultura di tutela del genere sia talmente poco diffusa nella nostra categoria che imporre l’obbligo è necessario. Ma probabilmente ci sarebbero anche altre modifiche da fare alle nostre procedure elettorali”.

Quali?
“Oltre alle quote di genere, io sarei favorevole anche all’introduzione di una quota riservata agli under 35, perché credo che i problemi che stanno incontrando oggi i più giovani possano essere meglio interpretati e risolti attraverso il loro contributo. Più in generale, bisognerebbe dare più spazio agli iscritti. Oggi votano in pochi e spesso lo fanno non sulla base di programmi ma di rapporti interpersonali e poi non hanno alcuna possibilità di incidere sull’elezione dei nostri rappresentanti nazionali”.

Pensa all’elezione diretta del Consiglio nazionale?
“Potrebbe essere uno strumento, anche se si tratta di un modello elettorale che nella tradizione italiana non è ancora maturato. Però, certamente si potrebbero evitare quelle regole attuali che vincolano la composizione del Consiglio nazionale alla territorialità piuttosto che alle idee. A me che ci sia un siciliano o meno interessa pochissimo. Mi interessa molto di più che a Roma ci siano persone che difendono davvero gli interessi della categoria”.

Dice che contano troppo accordi e alleanze?
“Questo è fisiologico in ogni processo elettorale. L’Italia è il Paese delle “signorie”. Ci sono alcuni signori locali che portano il proprio territorio e quindi attraverso l’accordo tra tanti signori si decidono le alleanze. Fino a quando il sistema elettorale sarà questo è molto difficile che il percorso possa cambiare. Però, magari, se i protagonisti principali si affrancassero da questa logica e si confrontassero tra loro probabilmente scoprirebbero di non avere idee così divergenti e magari si potrebbe anche pensare a qualcosa di diverso”.

Come ad esempio una lista unica all’insegna della ritrovata unità?
“Perché no? In questo momento, sarebbe importante portare avanti progetti di condivisione. Ma più in generale, è importante che si torni a parlare di idee. Questo stallo elettorale è doloroso, perché arriva in periodo delicatissimo per la professione, e rischia di creare un grande danno, riducendo la capacità di programmare le cose che vanno fatte per tutelare i colleghi. Visto che siamo in questa situazione, però, cerchiamo di sfruttarla per iniziare a parlare di idee. Abbiamo vissuto alcuni mesi di avvio di campagna elettorale dove non si è sentito parlare di programmi, di una visione di ciò che vogliamo per il futuro della nostra categoria e, soprattutto, per i più giovani. Ormai abbiamo pochissimi nuovi iscritti: è di questo che si deve occupare chi si candida alla guida della categoria, non tanto di accordi e alleanze finalizzate a vincere le elezioni”.

Dice che fino a oggi la campagna elettorale è stata deficitaria?
“No, credo che fino a oggi non ci sia stata campagna elettorale. Io ho grande stima per coloro che hanno intenzione di candidarsi, ma credo che entrambi gli schieramenti di fatto ancora non abbiamo ancora messo sul piatto i contenuti, limitandosi a cercare alleanze. Ribadisco, è un fenomeno fisiologico ma è il momento di mettere giù i contenuti”.

Quali dovrebbero essere secondo lei?
“Io penso che la strada che hanno indicato in questi anni il Presidente Miani e il suo Consiglio rimanga una strada valida, che va aggiornata tenendo conto dello scenario attuale. In questa pandemia, mi pare sia stato conclamato che la nostra è una professione essenziale e allora valorizziamo questo aspetto e inseriamolo in un percorso che veda un riconoscimento di questa essenzialità”.

Cosa intende per riconoscimento?
“Innanzitutto un riconoscimento sociale, ma non solo. In Sicilia, ad esempio, siamo stati riconosciuti come attestatori della spesa delle imprese beneficiarie dei fondi Ue. Questo non solo serve alle imprese ma anche alle istituzioni, che non riuscivano a utilizzare quelle risorse in quanto le proprie strutture avevano difficoltà nell’accertare l’avvenuta spesa. Nel momento in cui entrano in campo i professionisti, questo nostro ruolo di collegamento tra istituzioni e imprese viene di fatto riconosciuto e acquisisce valore”.

La famosa sussidiarietà di cui spesso ha parlato anche il Presidente Miani.
“La Pubblica Amministrazione è in grande difficoltà: da tanti anni non c’è un ricambio generazionale che porti nuove energie e risorse adeguate alla sfida della digitalizzazione; poi la pandemia ha portato tutti in smart working. I commercialisti possono svolgere un ruolo di sostengo alle istituzioni e, di fatto, al sistema Paese”.

E questo porterebbe anche nuovi sbocchi professionali.
“Ecco, un altro tema centrale. Chi si candida a guidare la categoria, deve dirci non solo come intende tutelare le attività che già svolgiamo ma anche come vuole individuare nuovi ambiti di attività nei quali possiamo applicare le nostre competenze”.

A proposito di competenze, il fatto di voler introdurre anche le specializzazioni, tema da sempre foriero di polemiche, non rischia di complicare il tutto nell’ottica di una rapida risoluzione dello stallo elettorale?
“Io penso di no, anche perché si tratta di un percorso già avviato, che è arrivato qualche anno fa a pochi metri dal traguardo. Se si apre la possibilità di modificare il 139 è giusto cogliere l’opportunità per introdurre qualcosa che serve davvero alla categoria”.

Sembra di capire che lei sia a favore.
“Le ultime iniziative legislative hanno dimostrato che, laddove lasciamo spazio, gli altri tentano di occuparlo. Il progetto prevedeva una forma di accesso alle specializzazioni che riconosce l’esperienza e fornisce delle opportunità di formazione governate internamente alla categoria. Una formula equilibrata che va ripresa per evitare che accada il contrario, cioè che le specializzazioni diventino delle vere e proprie professioni alternative alla nostra e che i giovani che vogliono specializzarsi in alcuni ambiti scelgano di farlo senza passare per l’iscrizione all’Ordine”.

Nel merito, come potrebbero giovare all’attività quotidiana degli iscritti?
“Noi siamo quei professionisti capaci di trattare, leggere e interpretare i numeri. Questa peculiarità ce l’abbiamo solo noi e dobbiamo valorizzare questa competenza. Ovviamente non possiamo ledere il diritto di un giurista di iscriversi all’albo dei curatori o dei revisori legali. Ma quando io potrò dire che non sono solo un revisore o un amministratore giudiziario, ma un commercialista revisore e amministratore, cioè quando potrà mettere prima il mio titolo generale e poi quello specialistico per definire la mia qualifica, il mio interlocutore potrà comprendere meglio la differenza che c’è tra me e un altro specialista che non ha la mia stessa matrice culturale”.

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