ACCEDI
Venerdì, 2 gennaio 2026 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Una lettura più realistica va oltre la media dei redditi dei commercialisti

Venerdì, 2 gennaio 2026

x
STAMPA

Gentile Redazione,
desidero sottoporre alla vostra attenzione alcune considerazioni sul Rapporto 2025 sull’Albo dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, che evidenzia una crescita significativa del reddito medio della categoria, pari a 80.648 euro (si veda “Continua la crescita dei redditi dei commercialisti” del 10 giugno 2025).

Il dato, in sé positivo, merita tuttavia di essere letto con maggiore cautela e profondità. Lo stesso Rapporto indica infatti che il reddito mediano si attesta a 45.895 euro, vale a dire poco più della metà del reddito medio. Ciò significa che almeno il 50% dei colleghi percepisce un reddito inferiore a questa soglia. È un’informazione che ridimensiona in modo sostanziale la rappresentazione di una professione complessivamente prospera e suggerisce l’esistenza di una forte polarizzazione interna, in cui una quota limitata di redditi elevati innalza la media, mentre la maggioranza si colloca su livelli ben più contenuti.

Questo scarto non è soltanto una questione statistica. Il reddito mediano, già di per sé modesto se rapportato alle competenze richieste e alle responsabilità assunte, dovrebbe essere valutato alla luce della specifica alea che caratterizzano l’esercizio della nostra attività professionale. A differenza del lavoro dipendente, il reddito del commercialista incorpora e sconta:
- il rischio legato alla salute e all’assenza di tutele effettive in caso di malattia o infortunio;
- orari di lavoro spesso molto estesi e difficilmente conciliabili con una regolare organizzazione dei tempi di vita;
- un carico di adempimenti sempre più pressante, con responsabilità crescenti in capo al professionista;
- un calendario fiscale particolarmente fitto e concentrato, che genera picchi di lavoro e tensione organizzativa costanti;
- l’obbligo della formazione professionale continua, indispensabile per garantire qualità e aggiornamento, ma oneroso in termini di tempo e costi.

Se si tiene conto di questi fattori, appare evidente che un reddito “tipico” intorno ai 46 mila euro annui non può essere considerato, per larga parte della categoria, un indicatore di reale benessere economico. Al contrario, esso descrive spesso una condizione di equilibrio fragile, esposta alle oscillazioni del mercato, all’aumento dei costi di struttura e all’intensificarsi delle richieste normative e amministrative.

La crescita del reddito medio, inoltre, non dovrebbe far dimenticare che, in termini reali, il potere d’acquisto dei redditi professionali nel lungo periodo risulta sostanzialmente stagnante. Questo elemento rafforza l’idea che i miglioramenti registrati negli ultimi anni non si traducano automaticamente in un diffuso rafforzamento della sostenibilità economica degli studi.

Ritengo quindi che sia interesse della categoria, e del dibattito pubblico che la riguarda, affiancare al dato del reddito medio una maggiore attenzione al reddito mediano e alle condizioni concrete in cui esso viene prodotto. Solo così è possibile restituire un quadro più aderente alla realtà e affrontare con consapevolezza temi cruciali quali la sostenibilità degli studi, l’attrattività della professione per i giovani e il futuro del nostro ruolo nel sistema economico e sociale del Paese.

La situazione dei redditi dei commercialisti, in definitiva, appare meno rosea di quanto una lettura superficiale delle medie possa far intendere. Una riflessione più equilibrata e realistica può contribuire a orientare meglio le scelte della categoria e il confronto con le istituzioni.


Roberto Tiezzi
Presidente ODCEC di Arezzo

TORNA SU