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LETTERE

Rispetto ai dati del bilancio 2025 diffusi dalla CNPR la realtà è un po’ diversa

Giovedì, 7 maggio 2026

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Gentile Redazione,
ho letto il vostro redazionale sul bilancio CNPR 2025 (si veda “La CNPR chiude il bilancio 2025 con un utile lordo di 191 milioni” del 24 aprile), che riporta il contenuto del comunicato stampa dell’ente, e mi sono detto: se quanto diffuso dalla CNPR fosse vino per brindare, questo sarebbe un dito di prosecco che sa di tappo servito in un calice sporco. Il comunicato si apre con i 191 milioni di utile lordo – quel numero che chi si ferma al titolo porta a casa come un trofeo, ignaro che l’utile netto sia 85 milioni e che la differenza sia la somma di svalutazioni, accantonamenti e rettifiche finanziarie. È una scelta comunicativa, ma è un po’ come vendere un’auto mostrandola in foto senza menzionare che il motore è in panne. O, per dirla con parole più mie, “palesemente taroccata”.

Il rapporto iscritti/pensionati, esibito con disinvoltura a 1,72, nasconde una traiettoria preoccupante: l’attuario, nell’ultimo bilancio tecnico, ci ha informato che nel 2029 scenderà a 1,33, nel 2034 a 0,82 (quattro attivi ogni cinque pensionati), e nel 2044 toccherà il minimo di 0,42. Il saldo di gestione sarà negativo dal 2033 al 2062. Una situazione nota da un decennio, ma la soglia critica non si è spostata di un giorno. Anzi, come dire: il buco si allarga, ma, visto che il tempo è inesorabile, il tappeto sotto cui nasconderlo diventa sempre più piccolo.

E, parlando di patrimonio, i numeri sono impietosi: nel 2014 si proiettavano 3.484 milioni per fine 2025; nel 2024, la stessa Cassa ne stima 2.867 allo stesso anno. Un buco di 617 milioni – assorbito da 296 milioni nel fondo svalutazione crediti (da cui non è mai emerso un recupero netto degno di questo nome) –, da un Fondo Scoiattolo con il NAV in costante discesa – una vera e propria telenovela immobiliare – e da una redditività netta degli investimenti che fa piangere. Il patrimonio non è sparito per cause di forza maggiore: è stato assorbito dai problemi gestionali descritti in questa lettera. Si potrebbe ironicamente concludere che la Cassa è riuscita nell’impresa non comune di far evaporare quasi 1/6 del patrimonio atteso rispetto alle proprie proiezioni pur dichiarando, ogni anno, ottimi risultati. Fenomeni!

I crediti verso iscritti: 707 milioni lordi, 326 milioni di fondo svalutazione (46,1%). In 11 anni, il fondo è cresciuto di 296 milioni, i crediti netti si sono ridotti di 19. Tradotto: la Cassa non recupera i crediti, contabilizza le perdite. Il confronto con i corrispondenti fondi di svalutazione ENPACL (18,4%) e CNPADC (5,5%) è impietoso. O, per chiederla senza giri di parole, non è che sia incapacità della gestione?

Il Fondo Scoiattolo, nato nel 2011 per dismettere il patrimonio immobiliare, compie 14 anni senza aver completato la missione. Scade nel 2027, ma per gli asset più “complessi” (leggasi: invendibili) si è creata una SPV (poeticamente denominata Libromastro srl) che ha cartolarizzato circa 12 milioni di valore immobiliare (teorico) contro 10,7 milioni di obbligazioni junior al 90%, non quotate e prive di rating. L’ideale per massimizzare l’opacità e minimizzare le certezze sul valore reale. Nel frattempo, il NAV del simpatico roditore continua a scendere, e noi iscritti siamo ancora qui ad assistere a operazioni finanziarie degne di un master di secondo livello in finanza strutturata.

E poi ci sono le gestioni patrimoniali mobiliari, o come dire: pagare di più per ottenere di meno. Dal 2015 al 2025, le GPM hanno reso +55,58%, contro il +59,43% del benchmark. Quattro punti di sottoperformance in dieci anni. Nel triennio 2023-2025, i gestori sono costati 11 milioni tra commissioni di gestione e performance, munificamente pagate anche in anni di underperformance. Un portafoglio ETF formato sul benchmark avrebbe reso di più, risparmiando milioni. Invece? Continuiamo con gestori attivi che non battono il parametro di riferimento. Due di essi, Amundi e UBS ex Credit Suisse, non ce la fanno dal 2022. In ogni altro contesto professionale, un gestore che chiede commissioni di performance e sottoperforma per anni consecutivi si cambierebbe. L’organo amministrativo della CNPR lo “monitora”.

E così, tra svalutazioni, fondi immobiliari che non chiudono, gestori che sottoperformano e un equilibrio previdenziale in caduta libera, io mi chiedo come un’assemblea di commercialisti abbia approvato questo bilancio “a larga maggioranza” senza alcun dissenso significativo. La risposta, ahinoi, è nota a chiunque conosca la governance delle casse privatizzate: i Delegati, nella sostanza, li seleziona chi già governa, e in assemblea si porta un documento di 342 pagine che pochissimi leggono. In ogni caso, coloro che lo hanno approvato senza battere ciglio trovano, in questo sintetico excursus, diverse domande cui dare risposta, soprattutto ai loro elettori.

In fondo, tutto ciò può tranquillamente diventare un “ottimo risultato” se il comunicato stampa è abbastanza furbo.


Antonio Bachiorri
Iscritto CNPR (ex Delegato CNPR dell’ODCEC di Ravenna)

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