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Lunedì, 20 maggio 2019 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Stati Generali e consapevolezza della necessità di una vera unità

Sabato, 18 maggio 2019

Gentile Direttore,
si sono appena spente le luci del palco degli Stati Generali della nostra Professione, con le polemiche interne che hanno accompagnato la genesi del Manifesto tutt’altro che sopite (e qualcuna nuova nata per gli interventi politici mattutini), ma qualche riflessione a caldo sul nostro futuro e sul nostro rapporto con la Politica merita di essere fatta.

E, a mio giudizio, va fatta apertamente, favorendo un dibattito pubblico, nel rispetto delle opinioni di tutti ma col coraggio di mostrare ciò in cui crede chiunque vorrà parteciparvi; ciò almeno per evitare che il tempo che ci separa da qui al rinnovo della governance nazionale non resti confinato in uno stillicidio di polemiche strumentali e di divisioni latenti, probabilmente poco comprensibili ai più e sicuramente molto dannose per la tenuta della coesione futura della Categoria.

Di errori, in passato, ne sono stati fatti probabilmente molti; così come di cose giuste, magari meno visibili. Ma le molte responsabilità, e certo anche qualche merito, sono in verità da imputare non solo ai nostri rappresentanti nazionali di volta in volta alla guida della Categoria, ma anche (soprattutto, forse) ai tanti rappresentanti degli Ordini locali e a quei Colleghi che – formalmente o meno e a vario titolo – hanno vissuto e fatto parte della “politica di categoria” dall’unificazione a oggi; me compreso, ovviamente. Ma davanti alla realtà si possono avere solo due atteggiamenti: o perpetrare gli stessi meccanismi e seguitare a compiere i medesimi errori, ovvero riconoscerli come tali e – provando a redimersi – guardare avanti e intraprendere un cammino che ci porti a costruire fattivamente il nostro futuro. Perché è volgendo lo sguardo al futuro, che ci daremo le risposte corrette su cosa dobbiamo fare per ritrovare la nostra identità (e dignità) professionale, oggi pressocché smarrita come Categoria.

I punti da affrontare, a mio avviso, sono quattro: ricucire il dialogo tra i vertici e la base, quale identità dovrà avere la Professione, quale rapporto con la Politica e, per poterci dire davvero “utili al Paese”, avere il coraggio di (ri)affermare il nostro ruolo dalla parte della legalità. Credo che l’ultimo punto sia prodromo necessario per il miglioramento del terzo, il terzo necessario per il secondo e quest’ultimo per il primo.

Occorrerebbe dunque una maggiore unità nel proporsi all’esterno e ritrovare un più accentuato senso di appartenenza della e alla Categoria. Servirebbe però costruire questi due valori dialogando apertamente almeno su questi quattro punti e non riproponendo sottobanco divisioni e alleanze elettorali destinate poi (come successo nel passato, sia remoto che recentissimo) a sciogliersi come neve al sole durante il mandato consiliare, una volta ottenuta la poltrona o l’incarico.

E si potrebbe farlo, con un po’ di coraggio, schierandosi apertamente dalla parte della legalità, pur sostenendo la (doverosa) lotta alla burocrazia inutile, fiscale e non; serve infatti credibilità, quando chiediamo qualcosa per noi.

E si potrebbe farlo, cercando un rapporto con la Politica non subalterno, con meno “passerelle elettorali” e più dibattiti nel merito, presentandoci uniti e prediligendo meno corsie privilegiate dei singoli e più accreditamento dell’Istituzione; serve infatti autorevolezza, quando chiediamo qualcosa per noi.

E si potrebbe farlo, spiegando che il futuro della Professione non è avulso dal futuro del Paese e che quindi non può costruirsi senza aprirsi (rectius, reagire) alla digitalizzazione – vera causa, nel bene e nel male, del cambiamento epocale della nostra figura professionale –, alle dinamiche che spingono verso le specializzazioni e alle nuove responsabilità che ci verranno incontro, ma al contempo governando noi queste aperture, prima che ci vengano comunque imposte da terzi, tenendo conto ove possibile delle specificità geografiche, delle competenze già acquisite dagli attuali iscritti e della valorizzazione del ruolo anche degli esperti contabili; serve infatti consapevolezza, quando chiediamo qualcosa per noi.

E si potrebbe farlo, infine, recuperando la capacità di dialogo con la base degli iscritti, a tutti i livelli, rendendo il nostro sistema di rappresentanza più trasparente e meno accentrato sulle sole figure apicali locali e nazionali, attraverso maggiori occasioni di incontro sul territorio, mirate a spiegare ciò che accade e quali problemi si stiano affrontando, nonché di confronto anche con le Istituzioni e la Politica locale; serve infatti condivisione, quando chiediamo qualcosa per noi.

Che, poi, “quando chiediamo qualcosa per noi”, lo chiediamo perché è anche “utile al Paese”, è lo sforzo di comunicazione che dobbiamo imparare a fare (meglio).

Su come realizzare tutto ciò, ciascuno di noi può trovare diverse risposte e valutazioni soggettive. L’importante è che tutti condividano, nella ricerca del proprio “consenso diffuso” o semplicemente nel dialogo fra iscritti, la consapevolezza del fatto che prima va difesa la “casa comune” (che ci rappresenta all’esterno) e solo poi (e nel rispetto di) dovrebbero eventualmente affiorare le divisioni su chi debba amministrarla.


Francesco M. Renne
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Varese

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