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Martedì, 15 ottobre 2019 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Il contante è il demonio dell’economia?

Mercoledì, 18 settembre 2019

Gentile Redazione, 
torna, quasi ogni anno come al festival di Sanremo, il ritornello “il contante è il diavolo”. Molti “decisori” nazionali si apprestano quindi a incarnare il ruolo di “esorcisti monetari”.
Pare, quasi come un dogma indiscutibile, che una società senza contante sia il paradiso in terra; zero evasione, zero furti, zero riciclaggio, zero criminalità, tutti felici e contenti.

La moneta (oggi cartacea, salvo gli spiccioli, perché nessuno Stato conia monete in oro o argento per la circolazione ma solo per collezione) è antichissima; in Lidia (Asia Minore, intorno al VII secolo avanti Cristo), per la prima volta nella storia apparvero monete coniate in elettro, una lega naturale di oro e argento, a sostituire il baratto. Un bel po’ dopo arrivò la carta e, successivamente, la moneta elettronica.

Il mantra è, per taluni, “contante=evasione fiscale”. Sarà vero?

La lotta alla criminalità economica, all’evasione e al riciclaggio sono i cavalli di battaglia dei fautori della restrizione dell’uso del contante: a distanza di anni è tuttavia evidente che, dati alla mano, queste riduzioni non abbiano sortito effetti particolarmente positivi né sul gettito, né tantomeno sulla capacità di ridurre l’offensività di reati tipicamente economici.

Con riferimento, ad esempio, agli atteggiamenti evasivi, i poteri di indagine finanziaria di cui dispone l’Amministrazione, gli incroci tra dati, sempre più precisi, la fatturazione elettronica, lo spesometro e la progressiva sottoscrizione di accordi bilaterali riguardo allo scambio di informazioni non giustificherebbero più questa tendenza a penalizzare l’uso del contante.

Il segreto bancario è caduto fragorosamente e il Grande fratello fiscale ha accesso a ogni tipo di informazione, anche alla misura dei nostri calzini.

L’euro, moneta sovranazionale a corso forzoso, circola cartaceamente e liberamente in una pletora di Paesi dell’Unione monetaria, non da noi però. L’Italia desidera essere in pole position nella direzione opposta, arrivando anche a proporre un’imposta che incida, oltre una certa soglia, sui prelievi di contanti.

Che cos’è questa ipotetica imposta, una, ennesima, patrimoniale? Ci assomiglia un po’, non credete?

Non intendo dare risposte; manco ci prova. La materia è complessa e tutti sanno tutto, compresi i dati sull’evasione fiscale complessiva, dati per certi come Vangelo, anche se non si sa bene come si fa a dare per certo ciò che è occulto per definizione.

Non essendo degno di dare risposte, concludo con un bel po’ di domande, casomai qualche coscienza giunta a consapevolezza desideri riflettere sull’interessante tema sociologico, prima ancora che economico o politico, su come vada usata la moneta secondo il pensiero (forse) dominante.

La moneta stampata dalla Banca centrale europea e circolante nell’Unione monetaria (e pure fuori) ha o no pieno valore liberatorio nelle transazioni? La Banca centrale europea stampa moneta; perché se si vuole eliminare il contante non la si fa smettere? Si è sicuri che con le leggi si cambino, sempre e in meglio, i comportamenti sociali dei cittadini? A chi conviene, in ultima analisi, che sparisca il circolante cartaceo e si opti per un mondo monetario elettronico duro e puro? Il mondo monetario elettronico è scevro quindi da criminalità e da evasione, anche con riguardo alle criptovalute? Che cosa significano oggi i concetti di libertà individuale e “privacy”, se poi i dati di ogni cittadino vengono “schedati” e le sue abitudini tracciate?

Valutiamo assieme, senza pregiudizi, cosa possa essere meglio, come contemperare con equilibrio la libertà individuale e l’interesse pubblico, come agire veramente informati e senza dogmi accolti privi di senso critico, come non agire sospinti da un anelito a una società illiberale, come recentemente proclamato da un leader politico dell’Europa centrale.


Domenico Calvelli
Presidente del Coordinamento degli Ordini dei Commercialisti di Piemonte e Valle d’Aosta, dell’Ordine dei Commercialisti di Biella e della Fondazione italiana di giuseconomia

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