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Domenica, 20 ottobre 2019

OPINIONI

Miani: «Nessuna paura dell’intelligenza artificiale se potremo specializzarci»

Secondo il Presidente del CNDCEC, per poter competere nel medio lungo periodo è necessario puntare anche sulle aggregazioni

/ Michela DAMASCO

Mercoledì, 18 settembre 2019

Specializzazioni e aggregazioni. Per il Presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Massimo Miani, rimane questa la ricetta per consentire ai commercialisti di competere in uno scenario di medio lungo periodo e mantenere inalterato l’appeal e il valore aggiunto che il professionista “in carne e ossa” è in grado di assicurare rispetto a qualsivoglia forma di intelligenza artificiale. Il tema verrà affrontato nel corso della seconda edizione del forum “Fisco & Futuro” organizzato da Eutekne, che si terrà il 23 settembre a Torino, dal titolo “Robot tax. La fine del lavoro senza la fine dello Stato” (l’iscrizione all’evento è gratuita sul sito https://fiscoefuturo.it).

Presidente, quanta paura fa ai commercialisti e ai liberi professionisti in genere lo sviluppo di forme di intelligenza artificiale che potrebbero un giorno togliere spazi al lavoro intellettuale, così come macchine automatizzate e robot al lavoro manuale?
“Onestamente ci fa più paura la deficienza umana che non l’intelligenza artificiale. Quella che complica le cose semplici e ci rende talvolta impossibile lavorare non perché c’è qualcun altro o qualcos’altro che lo fa, ma perché proprio diventa impossibile farlo. L’intelligenza artificiale, ancora per molti anni, sarà un collaboratore del professionista, piuttosto che un suo sostituto che lo disintermedia nel rapporto tra conoscenza tecnica specifica e cliente. Quel che sarà invece tra 100 anni, lo lascio a chi tra 50 anni avrà maggiori elementi per prepararsi a quello che oggi è invece futuro remoto. Noi dobbiamo preoccuparci delle sfide dei prossimi 50 anni”.

Cosa intende quando dice che nel futuro prossimo l’intelligenza artificiale sarà un collaboratore del professionista?
“Intendo che inciderà pesantemente sull’organizzazione del suo lavoro. Da questo punto di vista condivido in toto le stimolanti riflessioni del professor De Masi (si veda “De Masi: «La tecnologia non ridurrà il lavoro dei professionisti»” del 16 settembre). Per fare un esempio, vent’anni fa le ricerche si facevano scartabellando libri cartacei e volumi a schede mobili che venivano aggiornate a mano. Oggi ci sono motori di ricerca di banche dati on line sempre più sofisticati. Non ho dubbi che tra vent’anni ci saranno forme di intelligenza artificiale capaci di fare non solo ricerche sempre più mirate, ma anche collegamenti e sintesi pescando da fonti diverse. Al netto però delle prestazioni di servizi più basiche e ripetitive a tirare le fila e interagire con il cliente ci sarà però sempre il professionista”.

Questo però suona come un rischio per quei professionisti che operano maggiormente nel campo dei servizi che non della consulenza.
“Non vi è dubbio che quanto più un’attività è complessa e creativa, tanto meno è nel medio lungo periodo insidiata dall’evoluzione tecnologica, mentre, tanto più è meccanica e ripetitiva, tanto più è insidiata. Non è una lettura elitaria, è un brutale dato di fatto. Ovviamente non sono cose che succedono da un giorno all’altro e tantissimi colleghi di oggi concluderanno senza problemi la loro vita professionale. Se però pensiamo a chi comincerà in futuro, è chiaro che dovrà fare i conti con la professione che si potrà concretamente fare tra 20-40 anni”.

E come ci si prepara a questo scenario futuro?
“Noi la risposta l’abbiamo inserita nel nostro programma di mandato ed è quella delle specializzazioni. L’abbiamo pensata proprio guardando al futuro, tenendo conto di queste dinamiche evolutive che prescindono dal fatto che ci piacciano o no. Sappiamo bene che molti colleghi guardano con preoccupazione al tema delle specializzazioni e non do loro torto, perché il legislatore italiano troppe volte è stato maestro nel trasformare principi condivisibili di grande prospettiva in puri e semplici appesantimenti burocratici. Eppure, se si vuole dare una prospettiva di lungo periodo a questa professione, da qui non si scappa. Ed è un tema che interessa anche chi pensa che tanto tra 10 o 15 anni è già in pensione, perché, senza professione che prosegue, non c’è nemmeno sostenibilità previdenziale”.

Al legislatore cosa chiedete per costruire questo futuro?
“Di smettere di moltiplicare elenchi e registri su materie che rientrano tra le nostre competenze, con anche oneri per la Pubblica Amministrazione, e di valorizzare assieme a noi, nell’ambito del nostro Albo, le specializzazioni che è giusto siano adeguatamente attestate e monitorate per svolgere funzioni particolarmente sensibili. Ovviamente il concetto stesso di specializzazione si lega indissolubilmente a quello di aggregazione ed è quindi anche su questo versante che chiediamo di intervenire”.

Come?
“Togliendo gli incentivi impliciti all’individualismo professionale che esistono oggi. Il regime fiscale agevolato al 15% per i redditi di lavoro autonomo è sacrosanto e guai a chi lo tocca per fare qualcosa di diverso dall’ampliarlo, ma va quanto meno equiparata la situazione di chi consegue redditi professionali in forma associata con quella di chi fa la professione in forma individuale. Bene l’attenzione per il cuneo fiscale dei lavoratori dipendenti, ma questa è la cosa da fare in parallelo per i lavoratori autonomi, se non si vuol tornare a dare messaggi sbagliati in cui ci sono “«figli e figliastri»”.

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