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LETTERE

La politica ordinistica deve essere all’altezza della professione

Lunedì, 5 gennaio 2026

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Gentile Redazione,
le elezioni per il rinnovo dei Consigli degli Ordini territoriali e del CNDCEC non dovrebbero essere vissute come una mera scadenza procedurale né come un passaggio riservato a pochi addetti ai lavori, ma come un’occasione di riflessione collettiva sul senso della rappresentanza, sulla qualità della partecipazione e sul ruolo degli Ordini in una fase di profonda trasformazione del mercato professionale.

Il tema centrale, oggi, non è semplicemente chi governa gli organismi ordinistici, ma come e per chi tale funzione viene esercitata. Partecipazione, pluralismo, capacità di visione e attenzione alla realtà quotidiana dei colleghi dovrebbero costituire l’ossatura di una politica di categoria credibile. Quando questi elementi si affievoliscono, emergono dinamiche che meritano di essere analizzate con spirito critico ma costruttivo.

In numerosi Ordini locali si assiste alla presentazione di una sola lista. Questo fenomeno viene spesso letto come segno di concordia, di equilibrio interno, di superamento di conflittualità che in passato hanno talvolta indebolito la credibilità delle istituzioni ordinistiche. In astratto, tale interpretazione non è priva di fondamento: la politica di categoria non dovrebbe essere terreno di scontro personale né di competizione fine a sé stessa. Tuttavia, quando la lista unica diventa una costante e non un’eccezione, essa solleva interrogativi più profondi. In particolare, non si può ignorare il rischio che tale assetto rifletta una riduzione del dibattito democratico e una progressiva disaffezione verso la politica di categoria. L’assenza di alternative programmatiche, di visioni differenti sul ruolo dell’Ordine e sulle sue priorità priva i colleghi della possibilità di una scelta consapevole e impoverisce il confronto.

La concordia, per essere virtuosa, deve essere il risultato di un dialogo reale e non il presupposto silenzioso di un sistema chiuso su sé stesso. Se a livello territoriale il rischio è l’assenza di pluralismo, a livello nazionale si osserva spesso una dinamica opposta ma altrettanto problematica: una contrapposizione rigida e permanente tra schieramenti, che tende a manifestarsi indipendentemente dal merito delle questioni affrontate.
La dialettica è elemento fisiologico di ogni sistema rappresentativo. Quando però lo schieramento diventa una posizione aprioristica e la valutazione delle proposte è guidata più dall’appartenenza che dal contenuto, la politica ordinistica perde autorevolezza. La logica del “fare la conta”, del posizionamento strategico e della contrapposizione a prescindere rappresenta una deriva di basso profilo istituzionale, che non rafforza la rappresentanza e finisce per allontanare i colleghi.

In questo contesto, il rischio è che gli Ordini siano percepiti come luoghi di gestione del potere fine a sé stesso più che come sedi di elaborazione di visione e di tutela effettiva della professione, soprattutto a servizio degli iscritti. L’effetto più preoccupante di queste dinamiche è il progressivo allontanamento dei colleghi dalla vita ordinistica. Quando la politica di categoria appare autoreferenziale, concentrata prevalentemente su equilibri interni e incarichi, e poco attenta alle difficoltà concrete dello studio professionale, il distacco diventa inevitabile. Eppure, il “popolo” dell’Ordine – i colleghi che quotidianamente affrontano complessità normative crescenti, responsabilità elevate e margini sempre più compressi – dovrebbe essere il riferimento primario di ogni scelta politica. Senza questo legame, la rappresentanza rischia di rimanere formalmente legittima ma sostanzialmente fragile.

Se l’inizio di questa riflessione richiama il valore della rappresentanza e del confronto democratico, la conclusione non può che interrogarsi sul futuro concreto della professione e sul ruolo che la politica ordinistica intende assumere. La vera alternativa non è tra unità e contrapposizione, ma tra una rappresentanza che si limita ad amministrare l’esistente e una rappresentanza capace di orientare il cambiamento. Recuperare il senso alto della funzione ordinistica significa tornare a guardare ai colleghi come comunità professionale da accompagnare nelle trasformazioni in atto.

In questo quadro, il tema delle nuove generazioni assume un valore paradigmatico. Il futuro della professione non può essere fondato su modelli generalisti sempre meno sostenibili, ma dovrà necessariamente svilupparsi lungo percorsi di specializzazione, coerenti con la crescente complessità del contesto economico e normativo. Le specializzazioni, però, non possono rimanere un fatto individuale e isolato. Esse richiedono struttura, investimenti, massa critica e conducono inevitabilmente a forme di aggregazione professionale.

È su questo terreno che la politica ordinistica può ritrovare la propria legittimazione: non distribuendo ruoli o alimentando appartenenze, ma creando le condizioni affinché specializzazione e aggregazione diventino percorsi reali, accessibili e tutelati, soprattutto per i colleghi più giovani. Solo così gli Ordini, a ogni livello, potranno tornare a essere percepiti non come luoghi di mera gestione del potere, ma come istituzioni vive, autorevoli e realmente al servizio della professione.


Alberto-Maria Camilotti
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Udine

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