Ginevra: «Una riforma per governare il cambiamento»
Il Presidente dell’ODCEC di Milano parla delle transizioni in atto e della nuova legge ordinamentale: «Un passaggio fondamentale»
Trasformazione digitale, aggregazioni, giovani. I temi, quando si parla di politica di categoria, sono gli stessi ormai da anni, ma cambiano le dinamiche che li caratterizzano e le conseguenti declinazioni. “Intercettarle per tempo è fondamentale”, spiega a Eutekne.info Edoardo Ginevra, già Presidente dell’AIDC e ora alla guida dell’ODCEC di Milano, che dal suo osservatorio privilegiato (Milano spesso anticipa tendenze che poi si propagano a livello nazionale) prova a tratteggiare le priorità su cui concentrarsi nell’ottica di una riforma ordinamentale chiamata a “ridisegnare i confini” dell’attività dei commercialisti.
Presidente Ginevra, prima di arrivare alla riforma, mi dica come sono stati questi primi 4 mesi alla guida dell’Ordine. Che tipo di impegno è?
“È un impegno che assumiamo motivati da una forte passione per la nostra categoria e dalla voglia di dare un contributo. La fatica non si deve sentire e non è giusto nemmeno sentirla. Ovviamente, bisogna trovare un equilibrio tra il ruolo e l’attività di studio e non è sempre semplice, ma questo era uno dei presupposti. Il risultato elettorale è stato gratificante ed è giusto restituire qualcosa a chi ci ha sostenuto, provando a incidere su quelle che abbiamo definito come le nostre priorità”.
Incidere come?
“Non dico niente di nuovo sostenendo che viviamo un momento di grande trasformazione della professione e dell’intero sistema economico. I temi li conosciamo: la transizione digitale, la spinta verso le aggregazioni, i giovani, il sostegno all’attività quotidiana dei colleghi, che specie in questo periodo sono alle prese con le scadenze. Bisogna provare a rappresentare al meglio queste istanze, avendo capacità di dialogo con le istituzioni e atteggiamento fermo e determinato rispetto ad alcuni presidi che devono essere tutelati, in quanto attinenti allo svolgimento dignitoso della professione”.
A cosa si riferisce?
“Giusto per citarne una: la responsabilità in concorso del professionista. Non si può leggere un principio di diritto in una sentenza di Cassazione con cui si afferma che un professionista non può non sapere in quanto tenutario delle scritture contabili. Questo eccede il buon senso, e non lo dico con l’idea di rifuggire dalle responsabilità che, anzi, considero connaturate al ruolo. Vero è che, nel caso specifico, si è capito perché la Cassazione è giunta a quella conclusione, ma una cosa è la condanna del caso specifico e un’altra affermare un principio di diritto che riguarda quel caso ma poi interessa tutti”.
Però il Direttore delle Entrate Carbone ha già dato rassicurazioni sul fatto che questa non sarà l’interpretazione degli Uffici. Non l’ha convinta?
“Lo ha ribadito anche in un convegno qui a Milano, di recente. L’ho apprezzato molto, ma un parere, per quanto autorevolissimo, non può contrastare un principio di diritto della Cassazione. Per questo, auspichiamo un intervento chiarificatore. Stiamo cercando di lavorare a una norma interpretativa che chiarisca le casistiche in cui un professionista può essere chiamato in concorso, provando a giungere a una soluzione nell’interesse di tutti. Su temi come questi non ci possono essere diversità di vedute”.
Quindi, si aspetta che tutte le anime della professione remino dalla stessa parte?
“Quando la professione, in tutte le sue articolazioni, non ha saputo fare sistema ne ha sempre pagato il prezzo. Viceversa, quando ci é riuscita i risultati sono arrivati. In un momento come questo bisogna assolutamente riuscirci, perché stanno succedendo cose che immagino ridisegneranno il modo in cui verrà esercitata la professione nel prossimo futuro”.
Parla dell’intelligenza artificiale?
“Non solo, ma anche alla spinta verso le aggregazioni. È un fatto che nelle STP dei commercialisti stiano entrando gli investitori professionali. A Milano ci sono già state operazioni di questo tipo e altre ne arriveranno. Da una parte, questo non può che far piacere, perché è un riconoscimento implicito della rilevanza della professione anche in termini di creazione di valore futuro. Dall’altra, l’ingresso di grossi capitali destinati alla creazione di realtà sempre più forti e capillari cambierà il mercato e questo non riguarda un territorio geograficamente limitato. Milano può anticipare certe dinamiche che, però, interesseranno la professione nel suo complesso”.
Che rischio vede all’orizzonte?
“Non ne parlerei in termini di rischio ma di priorità. Il capitale, per definizione, insegue il profitto, ma la professione risponde a tutta una serie di valori – indipendenza, tutela del cliente e della fede pubblica, ecc. – che non sono derogabili. Quindi salutiamo il fenomeno come un boost, che può dare una spinta importante alle aggregazioni, ma facciamo in modo che avvenga dentro il contesto di regole ben definite”.
Quindi, torniamo all’importanza della riforma dell’ordinamento?
“È un’occasione importante. È giusto aprirsi, accogliere le novità ma bisogna tenere ben saldi gli aspetti che qualificano e valorizzano il ruolo del commercialista nel sistema Paese. Per questo dico che parlare di sistemi elettorali è secondario. Dobbiamo concentrarci, con un po’ di visione, sulla creazione di un contesto che produca soddisfazione per i professionisti e gli investitori e garantisca la tenuta generale del sistema e la tutela della fede pubblica. Così forse avremo disegnato una professione che torna a essere attraente per i giovani, che magari troveranno strutture più moderne e rispondenti alla propria visione dell’attività”.
Ecco, siamo arrivati ai giovani. Negli anni c’è stata una narrazione sbagliata sull’attività del commercialista che, in qualche modo, ha portato ad allontanarli?
“Non è solo una questione di narrazione. Ci sono temi oggettivi. Le statistiche reddituali delle Casse raccontano di redditi, specie in territori come questo, soddisfacenti. Il problema è la progressione: in quanto tempo raggiungo un reddito soddisfacente e, in quel tempo, posso permettermi di resistere, coniugando il lavoro con le mie scelte di vita personale? La Cassa ha fatto un primo passo con il bando sul tirocinio ma bisogna fare di più, produrre idee che permettano non solo di attrarre i giovani ma anche di trattenerli. Possiamo fare tutti gli sforzi del mondo a dire che la professione è bellissima, ma poi bisogna fare i conti con la realtà quotidiana”.
Che magari a Milano sarà un po’ più rosea, o no?
“Invece la sfida è difficile anche qui. C’è un tema di proporzioni. Magari gli stipendi saranno più alti, anche all’inizio dell’attività, ma poi ti scontri con il costo della vita. Basta vedere il livello degli affitti”.
Ecco, che tipo di realtà è Milano dal punto di vista professionale?
“È un ecosistema dove trovi tutto: dalla grandissima realtà, alla media, alla piccola e alla piccolissima, che esiste e resiste anche in questo territorio. Proprio per questo, il nostro obiettivo è quello di ascoltare tutti i cluster che abbiamo, per capire quali sono i problemi con cui fanno i conti quotidianamente, che magari saranno gli stessi per tutti ma, a seconda della dimensione, cambiano le modalità con cui possono essere affrontati. Quello dell’ascolto costante è un impegno che porteremo avanti per tutto il quadriennio”.
Servirebbe un confronto più aperto anche con la clientela? Mi spiego: è possibile che, negli anni, si sia un po’ persa la capacità di far percepire ai clienti quello che fanno veramente i commercialisti?
“È indubbio che, dopo l’abolizione delle tariffe, siamo finiti in un’era in cui abbiamo fatto un po’ fatica a valorizzare al meglio la nostra attività: nascoste dentro i cosiddetti forfait ci sono tante attività che spesso non si riesce a far remunerare adeguatamente. Ma questo è un tema culturale. Poi c’è il piano politico: ci sono i parametri da aggiornare, dare impulso all’equo compenso. Anche qui, bisogna fare sistema e provare a fare al meglio il nostro lavoro di rappresentanza della categoria”.
Che sarebbe, per dirla in un titolo, quello di accompagnare il cambiamento, o no?
“Direi di sì. Intanto non ci si può dimenticare degli aspetti day by day: va presidiato con attenzione il rapporto con la P.A., trovando, in un’epoca di spersonalizzazione, spazi di dialogo adeguati. Poi ci sono i grandi temi e, in mezzo, una riforma della professione che deve saperli intercettare. Abbiamo il compito di creare un contesto normativo entro cui la professione possa svolgersi, un perimetro da confezionare con la migliore lucidità possibile. Poi, quando avremo finito, ci potremo divertire sui sistemi elettorali”.
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