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Giovedì, 12 dicembre 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Per i professionisti le norme si applicano, tutte

/ Giancarlo ALLIONE

Giovedì, 12 novembre 2015

Sulla base di quanto dichiarato dal direttore dell’Unità di Informazione finanziaria (UIF), nel corso del convegno “Prevenzione della corruzione nella riforma della Pubblica Amministrazione” tenutosi a Montecitorio il 9 novembre, apprendiamo che, per ora, la P.A. “ha collaborato assolutamente poco” in materia di lotta al riciclaggio e che avrebbe effettuato “soltanto 18 segnalazioni per il 2014 (24 nel 2013)” su un totale di ben oltre 70.000. Per fortuna “sono stati finalmente emanati gli indicatori di anomalia”, una novità “di poche settimane fa”.

Mi sono sempre chiesto come sia possibile, avendo come controparte la P.A., portare a termine affari illeciti. È una di quelle cose che sembrano difficili, come rubare nella caserma dei Carabinieri. Ora è chiaro. Mancavano gli indicatori di anomalia, senza i quali direttori, assessori, ministri di ogni rango non hanno potuto discernere se avevano a che fare con un truffaldino oppure no.

Eppure qualche sentore che non tutti gli interlocutori della P.A. fossero specchiati devono pur averlo avuto nel tempo, se siamo giunti ad emanare una norma come quella dello split payment, foriera come sempre di notevoli complicazioni per amministrazioni pubbliche e private (tutte, anche quelle onestissime). Complicazioni che abbiamo affrontato tutti di buon grado, posto che nella relazione al provvedimento ci è stato assicurato che avrebbero prodotto un gettito di un miliardo di euro. Però, se sottrarre l’IVA alla disponibilità dei fornitori genera un miliardo di gettito, vuol semplicemente dire che i fornitori della Repubblica avrebbero rubato negli ultimi 5, 10, 15, 30 anni un miliardo di IVA all’anno. Ma, nonostante questa montagna di reati tributari, niente da segnalare.

Certo, non si tratta di segnalare il fumus di qualsiasi reato, ma solo del reato di riciclaggio. Tuttavia, 18 segnalazioni non sembrano lo stesso tantissime, specie se si considera che nell’ambito dei reati tributari il riciclaggio, o meglio l’autoriciclaggio, è praticamente automatico.
A onor del vero non sono tantissime nemmeno le segnalazioni dei professionisti, ma si potrà convenire che non è facile che un cliente appalesi le sue magagne, specie se sa che non è coperto dal segreto professionale del suo interlocutore.

Comunque, almeno per i riciclatori a mezzo P.A., ora la pacchia è finita. Ci sono gli indicatori di anomalia. Tutto è bene ciò che finisce bene, peccato che la P.A. sarebbe stata “obbligata a collaborare sin dal 1991”.

Non vi è dubbio che vicende come questa facciano venire alla mente il tristissimo adagio secondo cui le norme per i nemici si applicano e per gli amici si interpretano. In materia antiriciclaggio il DLgs. 231 ha previsto, a carico dei professionisti, un complicatissimo armamentario di adempimenti e annotazioni, con il corollario di sanzioni pesantissime, obbligandoli in primo luogo a tenere un registro dei clienti, che altro non è che il settimo od ottavo elenco di anagrafiche presente in studio. Qualsiasi professionista ha infatti nei propri sistemi informativi decine di elenchi, dettagliatissimi e debitamente autorizzati ai fini privacy: per fare le dichiarazioni dei redditi, per tenere le contabilità, per fare i bilanci, per fare le fatture.

Elenchi di dati che naturalmente vengono trasmessi telematicamente a questo o quell’ente pubblico 5 o 6 volte all’anno e sono di conseguenza per la quasi totalità disponibili da decine di anni perlomeno all’Anagrafe tributaria, alle Anagrafi dei Comuni, al Registro Imprese, ai repertori delle Camere di Commercio. Ma tutto ciò non basta, bisogna ricopiarli ancora una volta, nel registro antiriciclaggio.
Ricopiature di fatto inutili, se è vero, come è vero, che lo scopo dovrebbe essere quello di far emergere le operazioni sospette e segnalarle alle autorità competenti, segnalazioni che come abbiamo visto languono; il fine ultimo non è certo ottenere registri compilati a regola d’arte. Si dovrebbe smetterla con la burocrazia fine a se stessa e concentrarsi piuttosto sulle cose essenziali, liberando risorse per lo sviluppo di business sani e duraturi.

Non mi stancherò mai di ripetere che l’obiettivo di uno Stato moderno è creare condizioni ottimali perché i propri cittadini e le proprie imprese possano, per quanto possibile a questo mondo, vivere decorosamente e prosperare nel suo territorio. Se lo Stato non realizza questo, semplicemente, non serve a nulla. Ma, se oltre a essere inutile, svolge anche un’azione negativa, allora la questione assume dei connotati davvero preoccupanti.

Lunedì sera, su Rai 2, un pensionato emigrato in Portogallo candidamente ammetteva che vivendo lì risparmiava più di 10.000 euro all’anno di imposte (caspita, detta così assomiglia molto a un trasferimento di residenza in un paradiso fiscale o, come minimo, a un abuso del diritto) e in più poteva permettersi una casa dentro un golf club, in totale sicurezza, con un clima caldo di giorno e fresco di notte.

Ora, il clima non lo decide nessun Governo, ma sulle altre condizioni si può fare molto per essere un po’ più attrattivi verso i soggetti esteri e per non indurre gli Italiani che possono ad andarsene.

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