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Lunedì, 26 agosto 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Commercialisti tra proroghe e collegio sindacale

/ Giancarlo ALLIONE

Lunedì, 23 maggio 2016

L’uscita del volume di Luciano De Angelis “Il collegio sindacale e il sindaco unico” per i Manuali di Eutekne fornisce due buone ragioni per tornare sul tema del collegio sindacale. Un tema “alto” soprattutto se paragonato alla nostra situazione, ridotti come siamo ad implorare proroghe ad uno stato che per primo non rispetta la legge e non si degna neppure di dirti per tempo quanti soldi vuole in cambio dei suoi imperdibili servigi.

La prima buona ragione è che l’opera ciclopica di De Angelis merita un plauso particolare in quanto sul tema rappresenta oggi un unicum. Le 1400 pagine che la compongono supportano concretamente il sindaco e analizzano tutti i profili che caratterizzano l’incarico, dalla nomina all’esecuzione dei controlli periodici, dalla vigilanza su amministrazione, assetto organizzativo e sistema di controllo interno fino alla cessazione dell’incarico, compresa un’adeguata analisi delle caratteristiche che devono avere le polizze assicurative per garantire una vera copertura.
Il testo è però di grande ausilio anche nelle parti in cui affronta il comportamento che il sindaco deve tenere nelle situazioni straordinarie o di crisi e di fronte a eventuali casi di mala gestio degli amministratori. Il tutto attraverso un confronto sistematico con le pronunce giurisprudenziali e con l’ausilio di numerosi esempi e check list utili per organizzare e documentare l’attività di verifica.

La seconda ragione è che l’uscita del libro sprona a ritornare sul fatto che, supportato da certa stampa specializzata, sia passato con buona pace di tutti il tentativo di abolire il collegio sindacale; tentativo in parte riuscito grazie all’introduzione del sindaco unico e alla riduzione del numero di soggetti che devono dotarsi dell’organo collegiale.
Qualche riflessione sul punto credo sia opportuna perché il collegio sindacale ha rappresentato e rappresenta un banco di prova dove si gioca molto di quello che vogliamo essere come professionisti e cosa vogliamo rappresentare per le imprese e per il paese.
Per fare il sindaco in modo adeguato occorrono doti relazionali non comuni e competenze profonde nel diritto societario e tributario, nella contrattualistica d’impresa, in materia di bilancio e revisione legale, nelle procedure concorsuali e in tutta la legislazione speciale che interessa la società. E’ forse il ruolo più prestigioso per il commercialista, un ruolo in cui può far valere tutte le sue competenze professionali e diventare una garanzia di affidabilità per la società, per il management, per i soci e per tutti coloro interagiscono con l’impresa.

E invece su questa vicenda si è condensata tutta la sciatteria di cui i media sono capaci, impegnati a far passare l’idea che il collegio sindacale sia un organo parassitario, tutta l’insipienza del legislatore che si è evidentemente piegato all’interessata idea che l’organo di controllo sia un peso inutile e la nostra totale incapacità di far percepire il valore di un ruolo che richiede grandi capacità e comporta enormi responsabilità.
Il bello poi è che la realtà mostra un’evidenza di segno esattamente opposto. Le imprese che hanno un collegio sindacale sono soggette a fallimento in misura assai minore delle altre, perché sono meglio organizzate, meglio gestite e meglio presidiate, questo anche perché il sindaco interviene durante il processo decisionale, mentre il revisore controlla solo cose che sono già avvenute.

Sul punto va sottolineato proprio il valore del Collegio rispetto al sindaco unico. La forza e l’utilità del Collegio stanno proprio nella sua collegialità, nel fatto che una terna di professionisti è enormemente più efficace nel presidiare la legalità in tutte le sfaccettature portate dalla complessità aziendale, nel correggere gli errori degli amministratori e nell’opporsi a pretese predatorie dei soci. 
Certo, i controlli per essere tali richiedono tempo e non sono sempre totalmente piacevoli. Non tutte le imprese possono sostenere l’onere di un organo di controllo composto da una pluralità di soggetti, ma la risposta a questa incontestabile problematica non è l’annacquamento. Piuttosto che commisurare l’obbligo del collegio al tipo sociale o al capitale, che sono parametri a questi fini totalmente irrilevanti, occorrerebbe riferirsi alla dimensione dell’impresa in termini di fatturato, di numero dipendenti, di indebitamento, di entità di commesse pubbliche gestite, insomma di rilevanza sociale. Se un’impresa assume dimensioni che trascendono la mera valenza economica per i proprietari, i controlli andrebbero rafforzati. Altro che sindaco unico solo perché hai cambiato il tipo sociale.

Per le imprese minori che richiedono la limitazione della responsabilità, invece, al posto del ridicolo criterio del tipo sociale o dell’entità del capitale sociale, la contropartita ben potrebbe essere l’obbligo della revisione legale dei conti, magari con un contenuto minimo studiato ad hoc. In tal caso non solo andrebbe bene la soluzione del revisore unico, ma anzi sarebbe di gran lunga la preferibile.

Mi rendo conto che non è il momento per riprendere a parlare di questi temi, impegnati come siamo a installare il Gerico di turno o a scandagliare improbabili siti comunali alla ricerca di qualche aliquota, ma la salvezza arriva anche dal non lasciarci schiacciare sulle inadempienze altrui e ridurre a petulanti mendicanti di sacrosante proroghe.

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