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Martedì, 29 settembre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Per l’omessa dichiarazione soglia di punibilità legata a ogni singola imposta

È sufficiente il superamento della soglia anche di una sola delle imposte rientranti nell’ambito di operatività della fattispecie

/ Maria Francesca ARTUSI

Giovedì, 17 settembre 2020

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La soglia di punibilità del delitto di omessa dichiarazione è stata oggetto – come quelle di altri reati fiscali – di un innalzamento a opera del DLgs. 158/2015, mentre è rimasta invariata a seguito del più recente DL 124/2019 convertito.
L’art. 5 del DLgs. 74/2000 stabilisce oggi che è punito con la reclusione da due a cinque anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni relative a dette imposte, quando l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte a 50.000 euro.

La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 26084 depositata ieri, ha ribadito in proposito che l’elevazione della soglia di punibilità da 30.000 a 50.000 euro delle imposte, per le quali è obbligatoria la presentazione della dichiarazione, ha mantenuto ferma la riferibilità della soglia di punibilità “a taluna delle singole imposte”, con la conseguenza che, per la configurabilità del reato di omessa dichiarazione, è soltanto necessario che l’imposta evasa, con riferimento a taluna delle singole imposte considerate, sia superiore a 50.000 euro (cfr. Cass. n. 40577/2016).

Ciò comporta che la valutazione sul superamento della soglia di punibilità rilevi in via alternativa, nel senso che è sufficiente, affinché il reato sia integrato, il superamento della soglia di punibilità anche di una sola delle imposte rientranti nell’ambito di operatività della fattispecie incriminatrice, e che detta valutazione di superamento della soglia debba essere operata in maniera specifica, non potendosi sommare, ai fini della determinazione dell’imposta evasa, le imposte sui redditi e quelle sull’IVA.

Nel caso affrontato dalla sentenza in commento si discuteva di un fatto illecito commesso in epoca anteriore all’entrata in vigore della nuova soglia e, dunque, il ricorrente chiedeva correttamente l’applicazione della nuova soglia in forza del principio di retroattività della legge penale più favorevole (art. 2 c.p.e art. 3 Cost.). Tuttavia, nell’avviso di accertamento veniva indicato un importo evaso relativamente all’IRES pari a 74.790 euro e, quindi, superiore alla soglia di punibilità (sia ante che post riforma), restando, così, irrilevante che gli altri importi evasi fossero in misura inferiore alla predetta soglia di punibilità.
Pertanto, qui non può assumere rilevanza, in virtù dello ius superveniens, il fatto che la soglia di punibilità per l’IVA (47.178,74 euro) non risultasse più integrata, per essere stata detta soglia elevata a 50.000 euro, in quanto, per l’integrazione della fattispecie, è sufficiente che l’imposta evasa con riferimento all’IRES fosse superiore alla soglia di punibilità così come elevata per effetto del DLgs. 158/2015.

La verifica privilegia il dato fattuale reale

Nelle argomentazioni dei giudici di legittimità viene, altresì, ricordato che in tema di reati tributari, ai fini della configurabilità del delitto di omessa presentazione di dichiarazione, è rimesso al giudice penale il compito di accertare l’ammontare dell’imposta evasa, da determinarsi sulla base della contrapposizione tra ricavi e costi d’esercizio detraibili, mediante una verifica che privilegia il dato fattuale reale rispetto ai criteri di natura meramente formale che caratterizzano l’ordinamento fiscale.
Per discostarsi dal dato quantitativo risultante dall’accertamento il giudice dovrà, pertanto, basare il proprio divergente giudizio sulla base di elementi di fatto emersi e provati in dibattimento.

Il reato di omessa dichiarazione ai fini delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto è oggetto, in particolare, di accertamento non induttivo e quindi legittimo in sede penale quando la determinazione delle imposte evase è operata tenendo conto soltanto dei ricavati aziendali in assenza di elementi fattuali che facciano ritenere l’esistenza di costi aziendali (Cass. n. 35858/2011).

È possibile, in proposito, fare ricorso ai verbali di constatazione redatti dalla Guardia di Finanza ai fini della determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, nonché ricorrere all’accertamento induttivo dell’imponibile quando le scritture contabili imposte dalla legge siano state irregolarmente tenute.
Pertanto, il giudice può legittimamente fondare il proprio convincimento, in tema di responsabilità dell’imputato per omessa annotazione di ricavi, sia sull’informativa della stessa GdF che abbia fatto riferimento a percentuali di ricarico attraverso una indagine sui dati mercato, sia sull’accertamento induttivo dell’imponibile operato dall’ufficio finanziario quando la contabilità imposta dalla legge non sia stata tenuta regolarmente.

Ciò a condizione che non ci si limiti a constatarne l’esistenza e non sia fatto apodittico richiamo agli elementi in esso evidenziati, ma si proceda a specifica, autonoma valutazione degli elementi nello stesso descritti comparandoli con quelli eventualmente acquisiti altrove.

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