Il forfetario e il paradosso delle aggregazioni professionali
Gentile Redazione,
da anni la categoria parla di aggregazioni, specializzazione, digitalizzazione e studi multidisciplinari. Il commercialista del futuro dovrà investire in competenze, tecnologia e organizzazione.
Eppure il sistema fiscale rischia di incentivare il modello opposto: il professionista che lavora individualmente e rimane sotto determinate soglie dimensionali.
La professione italiana è ancora caratterizzata da una forte polverizzazione organizzativa. Il Rapporto 2026 sull’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili dedica specifica attenzione alle forme aggregate e alle Società tra Professionisti, confermando la centralità del tema.
La dimensione non è un valore in sé, ma la crescente complessità normativa e tecnologica richiede investimenti, specializzazione e organizzazioni adeguate.
Il regime forfetario può però generare due distorsioni.
Il professionista forfetario non addebita l’IVA. Quando il cliente non può detrarla integralmente, ciò determina un vantaggio competitivo. Non è una critica a chi applica legittimamente il regime: il sistema può creare condizioni differenti tra professionisti che operano sullo stesso mercato.
La distorsione più rilevante riguarda però le aggregazioni, soprattutto per i giovani.
Chi esercita individualmente può beneficiare dell’imposta sostitutiva. Se decide di entrare come associato in uno studio strutturato, può invece perdere il regime agevolato e ricadere nella tassazione ordinaria. Nella percezione di molti giovani il confronto è immediato: da una parte l’imposta sostitutiva, dall’altra un sistema nel quale l’aliquota marginale IRPEF può arrivare al 43%, oltre alle addizionali.
Il confronto è semplificato, ma rende bene la dimensione del problema. Un professionista che fattura 85.000 euro in regime forfetario, applicando il coefficiente di redditività della categoria, determina un reddito di 66.300 euro, soggetto all’imposta sostitutiva. Un collega in regime ordinario, con 90.000 euro di compensi e 30.000 di costi deducibili, presenta invece un reddito professionale di 60.000 euro, assoggettato all’IRPEF progressiva e alle addizionali.
Pur non essendo situazioni sovrapponibili, l’esempio evidenzia il punto: in prossimità dell’uscita dal regime agevolato, una crescita contenuta dei compensi può accompagnarsi a un incremento significativo del prelievo fiscale.
È difficile immaginare un incentivo più efficace a rimanere piccoli.
Quando crescere riduce il reddito netto disponibile, il sistema finisce per orientare le scelte verso la permanenza nel regime agevolato anziché verso l’aggregazione.
Sarebbe un errore chiedere l’abolizione del forfetario. I giovani devono essere aiutati nei primi anni di attività. Proprio per questo si potrebbe ricondurre il regime alla sua funzione di avviamento, limitandolo, ad esempio, ai primi tre anni, eventualmente estendibili a cinque.
Continuerebbe così a sostenere chi inizia senza trasformarsi in un incentivo permanente alla frammentazione.
Se vogliamo favorire l’evoluzione della professione, occorre ragionare anche su una fiscalità di vantaggio per le aggregazioni.
Una prima ipotesi potrebbe prevedere una tassazione sostitutiva agevolata, ad esempio del 20%, per chi costituisce uno studio associato o una società tra professionisti, subordinata al mantenimento dell’aggregazione per almeno cinque anni.
Una seconda misura potrebbe riguardare i giovani che entrano come soci o associati in strutture esistenti, con una tassazione agevolata, ad esempio del 25%, per un periodo limitato e collegata alla permanenza nella struttura.
Le aliquote possono essere discusse. Il principio conta di più: se lo Stato incentiva fiscalmente chi avvia individualmente la professione, dovrebbe riconoscere un beneficio comparabile a chi sceglie di aggregarsi, investire e contribuire a strutture più solide.
La rappresentanza può portare il tema al confronto con il legislatore. Se l’obiettivo è favorire studi più strutturati e capaci di investire, occorre rendere coerenti con esso anche gli strumenti fiscali. Non si tratta di mettere in discussione le agevolazioni esistenti, ma di completarne la logica: sostenere chi inizia e, nello stesso tempo, creare condizioni favorevoli per chi decide di crescere attraverso l’aggregazione.
Ogni sistema fiscale orienta i comportamenti. Se vogliamo una professione più forte, organizzata e competitiva, dobbiamo premiare chi investe nella crescita e nell’aggregazione, non chi è costretto a rinunciarvi per ragioni fiscali.
Aggregarsi ha ragioni professionali, organizzative e strategiche; il Fisco dovrebbe evitare di penalizzarle e, possibilmente, accompagnarle.
Alberto-Maria Camilotti
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Udine
Vietate le riproduzioni ed estrazioni ai sensi dell’art. 70-quater della L. 633/1941