Serve il coraggio di alleggerire il carico fiscale sui redditi da lavoro medio-alti
Gentile Direttore,
ho letto con vivo interesse l’intervento a firma di Enrico Zanetti (si veda “Sulla tassazione dei redditi di capitale opportuna qualche puntualizzazione” del 19 agosto 2026), di cui condivido pienamente l’impianto analitico e l’intento demistificatorio.
L’autore ha il grande merito di aver smontato, calcolatrice alla mano, la retorica della “pietra dello scandalo” legata all’aliquota del 26%, evidenziando le dinamiche della doppia imposizione giuridica sui dividendi (IRES + imposta sostitutiva, per un prelievo effettivo del 43,76%) e l’impatto delle detrazioni sul reale carico IRPEF per i lavoratori.
Mi sia concesso di aggiungere al ragionamento un’ulteriore e fondamentale puntualizzazione, che rafforza in modo dirimente le conclusioni dell’articolo. Anche nei casi in cui l’aliquota nominale sia “solo” del 12,5-26% – e guardando quindi anche ai meri redditi da obbligazioni o titoli di Stato – i redditi di capitale risultano, sotto il profilo strettamente macroeconomico, già ampiamente tassati.
Il dibattito pubblico, spesso viziato da approcci strumentali, omette infatti un passaggio logico ed economico basilare: l’origine stessa del capitale.
Procediamo con ordine, richiamando concetti noti alla scienza delle finanze:
- il risparmio come reddito già tassato: in termini macroeconomici, il capitale investito da una persona fisica altro non è che il suo risparmio. E il risparmio, per definizione, è la quota di reddito prodotto che non viene destinata al consumo. Questo significa che la “materia prima” da cui scaturisce il reddito di capitale è costituita da risorse che hanno già scontato l’imposizione sul reddito (da lavoro, d’impresa o professionale) nel momento in cui sono state originariamente prodotte;
- la doppia imposizione economica sul risparmio: quando il legislatore fiscale decide di colpire il rendimento di quel capitale (con l’attuale aliquota del 26%), sta di fatto operando una vera e propria doppia imposizione economica. Si tassa, cioè, il frutto di un albero la cui semina è già stata severamente decurtata dal fisco. Il lavoratore che guadagna, paga l’IRPEF, rinuncia a consumare la parte residua per investirla e si vede tassare nuovamente il rendimento di quella rinuncia, subisce un carico fiscale complessivo (sul ciclo vitale di quel reddito) di gran lunga superiore a quanto la singola aliquota del 26% lasci intendere;
- perché l’economia tollera questa anomalia: ci si potrebbe chiedere perché, a fronte di questa palese doppia tassazione, la teoria economica e i sistemi fiscali moderni non gridino allo scandalo opposto. La giustificazione risiede in una nota regola macroeconomica legata alla propensione marginale al risparmio. Al crescere del reddito di un individuo, la quota di esso destinata al risparmio cresce in misura più che proporzionale. In sintesi: i redditi alti risparmiano (e investono) in percentuale molto maggiore rispetto ai redditi bassi, i quali tendono a consumare quasi per intero quanto guadagnato per far fronte ai bisogni primari;
- l’irripidimento della progressività: proprio in virtù di tale asimmetria nella propensione al risparmio, la doppia tassazione economica sui redditi di capitale viene ritenuta “ragionevole” e assorbita dai sistemi tributari poiché funge da correttivo. Essa opera, di fatto, come un irripidimento occulto della progressività del sistema fiscale generale. Tassare il risparmio significa colpire indirettamente – e con maggiore incidenza – i percettori di redditi elevati, garantendo un gettito aggiuntivo e una funzione perequativa.
Alla luce di queste considerazioni strutturali, l’assunto di partenza di certe rivendicazioni risulta non solo parziale, ma economicamente fallace.
Trattare i redditi di capitale come se nascessero dal nulla (o come un privilegio di classe magicamente esentasse) ignorando che essi sono la coda di un reddito da lavoro o d’impresa già pesantemente decurtato alla fonte, porta a diagnosi errate e a terapie fiscali ancora peggiori.
Come ben conclude Zanetti, il nostro sistema non necessita affatto di un accanimento sui redditi di capitale (il cui prelievo, per i motivi economici citati, è già al limite della fisiologia), bensì di un intervento coraggioso per alleggerire il carico fiscale su quei redditi da lavoro medio-alti che, prima ancora di poter generare risparmio, vengono falcidiati da una progressività IRPEF fin troppo ripida già al primo passaggio.
Domenico Riccio
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