Dal suffragio femminile alla parità sostanziale
Gentile Redazione,
ottant’anni dopo il primo voto politico delle donne, l’Italia non celebra soltanto una ricorrenza. Celebra l’ingresso delle donne nella cittadinanza piena, nella sovranità popolare, nella costruzione della Repubblica. Il diritto di voto fu riconosciuto con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945; nel 1946 arrivarono l’eleggibilità, le elezioni amministrative, il referendum istituzionale del 2 giugno e l’elezione dell’Assemblea costituente. Fu allora che il suffragio femminile smise di essere una rivendicazione e divenne fondamento della democrazia italiana.
In quell’Assemblea entrarono 21 donne, su 556 componenti, passate alla storia come “madri costituenti”. Erano poche, ma il loro contributo fu decisivo. Portarono nella Carta costituzionale una visione nuova della cittadinanza: non più solo libertà formale, ma uguaglianza concreta; non più tutela paternalistica, ma riconoscimento di diritti; non più donne confinate nella sfera privata, ma soggetti politici, lavoratrici, madri, professioniste, cittadine. Il loro apporto si riflette nei principi di uguaglianza, nella tutela del lavoro, nella protezione della maternità, nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive.
La riforma più profonda compiuta dalle madri costituenti fu culturale prima ancora che giuridica: cambiarono la grammatica della Repubblica. L’art. 3, con il principio di uguaglianza e il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, divenne la chiave dell’uguaglianza sostanziale. L’art. 37 riconobbe alle lavoratrici gli stessi diritti e, a parità di lavoro, la stessa retribuzione. L’art. 51 aprì l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza.
Le madri costituenti non appartengono solo alla memoria istituzionale, ma anche alla storia viva dei diritti. Alcune avevano conosciuto la Resistenza, il carcere, l’esilio, la militanza politica; altre provenivano dall’associazionismo, dal sindacato, dal mondo cattolico e sociale. In Assemblea portarono esperienze diverse, ma una convinzione comune: la nuova Italia non avrebbe potuto dirsi democratica se avesse continuato a considerare le donne cittadine minori.
Eppure, ottant’anni dopo, la parità resta una promessa non del tutto compiuta. Il diritto di voto è acquisito, ma non basta votare per contare davvero. La rappresentanza femminile nei luoghi decisionali resta discontinua; il lavoro di cura pesa ancora in misura prevalente sulle donne; la maternità continua spesso a incidere sui percorsi professionali; la violenza economica limita l’autonomia di molte; il divario retributivo rimane una ferita aperta.
I numeri confermano che la parità, pur proclamata dalla Costituzione, non è ancora pienamente realizzata. Nel 2024, secondo l’Istat, il tasso di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni è pari al 57,4%, contro il 76,8% degli uomini: un divario di oltre 19 punti percentuali. Anche il lavoro a tempo parziale resta fortemente sbilanciato: riguarda il 30% delle occupate, contro il 7,5% degli uomini. Il gender gap occupazionale non è solo una questione di equità individuale o di diritti sociali. Ha anche un risvolto economico generale. Una minore partecipazione femminile al lavoro riduce la base produttiva, limita l’autonomia economica delle donne, restringe la platea dei contribuenti e impedisce una piena valorizzazione dei talenti. La parità, dunque, non è solo un obiettivo di giustizia: è anche una condizione di sviluppo economico, sostenibilità e competitività del sistema nazionale.
Questa distanza, che attraversa il mercato del lavoro italiano, si riflette anche nelle professioni ordinistiche e, in particolare, nella categoria delle commercialiste. Nel bilancio di genere 2024 del CNDCEC le donne rappresentano il 33,9% degli iscritti all’Albo, a fronte del 66,1% degli uomini. La presenza femminile cresce tra le generazioni più giovani – fino al 45% tra gli under 40 – ma resta ancora minoritaria nella composizione complessiva della professione. Il divario emerge con particolare evidenza sul piano economico: il reddito professionale medio delle commercialiste è pari a 53.684 euro, contro i 93.987 euro dei colleghi uomini; il volume d’affari medio femminile è di 92.117 euro, contro i 174.035 euro maschili. Ne deriva un gender pay gap del 42,9% sul reddito professionale e del 47,1% sul volume d’affari.
Non si tratta, dunque, di un problema astratto né limitato al lavoro dipendente. Anche nella libera professione, dove autonomia e merito dovrebbero essere criteri determinanti, permangono ostacoli strutturali: accesso agli incarichi più remunerativi, reti professionali, distribuzione dei carichi familiari, maternità, specializzazioni e presenza nei ruoli decisionali. Il dato economico è solo una parte del problema. La parità non raggiunta si misura anche nella possibilità di conciliare lavoro e famiglia senza rinunce, nella libertà di scegliere una carriera senza essere penalizzate, nella presenza effettiva nei luoghi in cui si decide.
Celebrare gli ottant’anni dal voto alle donne significa dunque evitare la retorica della conquista definitiva. Il suffragio fu l’inizio, non il traguardo. Le madri costituenti ci hanno consegnato una Repubblica fondata sull’uguaglianza; spetta alle generazioni presenti renderla effettiva nei salari, nelle professioni, nella politica, nella famiglia, nella sicurezza e nella libertà economica.
Il voto alle donne cambiò l’Italia perché fece entrare metà del Paese nella democrazia. Oggi la sfida è completare quel cammino: fare in modo che quella metà del Paese non sia solo chiamata a votare, ma anche a decidere, guidare, lavorare, guadagnare e vivere con pari dignità. Questa sarebbe la celebrazione più autentica delle madri costituenti: non un omaggio formale, ma l’attuazione piena della loro promessa costituzionale.
I Comitati pari opportunità degli ODCEC della Toscana
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